Tempo di lettura: 3min

Emergenti: conseguenze limitate dal default dell'Argentina

7/31/2014

Più forte l'impatto del fallimento sul paese già nel mezzo di una pesante crisi economica, spiega Barbara Giani (JCI Capital)


L’Argentina è in default per la seconda volta in 13 anni.
 
La scadenza per il pagamento dei titolari di bond che hanno aderito al concambio, dopo un mese di grazia, è superata e nessun accordo con gli hedge fund è stato raggiunto. L’agenzia S&P ha tagliato il rating di Buenos Aires da CCC- a "selective default", ovvero nella situazione in cui non risultano onorati i pagamenti di alcune (non tutte) sue obbligazioni: il paese non può utilizzare 539 milioni di dollari, bloccati dalla giustizia americana su un conto della Banca centrale argentina alla Bank of New York, che dovevano servire a pagare gli interessi dei creditori che avevano accettato la ristrutturazione del debito argentino nel 2005 e nel 2010. Il contesto attuale, quindi, è molto diverso da quello del 2001 che scosse il Paese e la comunità finanziaria internazionale dopo un fallimento di circa 100 miliardi di dollari affrontato e ristrutturato molti anni dopo.
 
 
“Oggi invece Buenos Aires si trova in default tecnico – commenta Barbara Giani, analista di JCI Capital - nonostante sia perfettamente in grado di onorare le obbligazioni ristrutturate, perché i suoi fondi risultano bloccati dopo la sentenza del giudice Griesa che impedisce il pagamento delle cedole in caso non vengano onorati anche i pagamenti di chi non ha accettato la ristrutturazione del debito”. La conferenza stampa del ministro dell’economia Axel Kicillof ha sottolineato che i fondi in causa non hanno accettato la proposta argentina di pagare un 30% del nominale (lo stesso offerto a coloro che hanno aderito alla ristrutturazione) e che quello attuale non è un default. Il paese inoltre perseguirà strade alternative per pagare i propri creditori che vuole assolutamente onorare.
 
 
“Quello che possiamo ipotizzare – prosegue Barbara Giani - è che il Paese possa aspettare la scadenza del 31 dicembre 2014, data in cui scadrà la clausola RUFO, e poi riprendere eventuali accordi con i fondi holdout,  per scongiurare l’ipotesi che tutti i creditori possano avanzare ulteriori pretese su rimborsi superiori al 30%, qualora questi vengano concessi ai fondi ora in causa. Con il nuovo anno dunque l’Argentina potrebbe riprendere a pagare le cedole dei titoli ristrutturati. Il rischio di questo scenario è che comunque, oltre a 1,5 miliardi di dollari da pagare ai fondi avvoltoio, si sollevino richieste da parte di tutti gli holdout  che non aderirono alla ristrutturazione e secondo il governo argentino la somma potrebbe salire fino a 15 - 20 miliardi di dollari”.
 
 
Resta inoltre aperta la questione dei CDS. Sarà l’ISDA a decidere nei prossimi giorni se vi siano le condizioni perché scattino i CDS o meno, vista la peculiarità del caso. Intanto le conseguenze del default saranno limitate a livello internazionale, e probabilmente più visibili sui mercati emergenti in generale, mentre potrebbero invece essere più pesanti per il paese stesso che già si trova ad affrontare una pesante crisi economica (inflazione 35%, disoccupazione molto elevata, crescita nulla) ed ora potrebbe dover porre misure per arginare la possibile fuga di capitali. “Per i risparmiatori italiani ribelli – conclude Barbara Giani – che non aderirono alla ristrutturazione nessuna novità: rimaniamo in attesa di vedere entro la fine dell’anno le memorie del dibattito sulla richiesta di rimborso durante le udienze tenutesi a Washington lo scorso giugno”.

Condividi

Seguici sui social

Advisor è la prima piattaforma interamente dedicata alla consulenza patrimoniale e al risparmio gestito con oltre 38.000 professionisti già iscritti


Accedi a funzionalità esclusive e migliora la tua esperienza di navigazione


  • Leggi articoli esclusivi
  • Salva le tue news preferite
  • Partecipa ad eventi esclusivi
  • Sfoglia i magazine in anteprima

Iscriviti oggi!

Hai già un profilo? Accedi qui

Cerchi qualcosa in particolare?