Entro la fine dell’anno il mondo della consulenza finanziaria dovrà definitivamente aprire le porte al mondo della finanza sostenibile. Quella che per anni è stata vista come una moda, o un investimento di nicchia, oggi è una variabile chiave per chi offre un servizio di advisory. A stabilirlo il High Level Group on Sustainable Finance, un gruppo di 20 esperti che ha consegnato alla Commissione Junker un report sulla finanza sostenibile inserito nell’Action plan dell’Unione Europea e che invita a modificare MiFID II e IDD con l’obiettivo di inserire la “variabile” green nel processo di valutazione di adeguatezza. 

I termini concreti di questa “rivoluzione verde” non sono ancora noti ma, a quanto emerso dai documenti finora pubblicati, sembra che si vogliano modificare le due direttive con dei “delegated act” che invitino i consulenti finanziari a considerare, nel processo di valutazione dell’adeguatezza, le preferenze degli investitori in tema di prodotti sostenibili. Un monitoraggio che dovrà essere esplicitato nei report periodici realizzati dagli advisor e che permetterà agli investitori di manifestare apertamente l’eventuale desiderio di investire su un fondo specializzato in strumenti sostenibili. Non solo. All’interno del documento si parla esplicitamente di sviluppare standard ufficiali di sostenibilità europea per alcune attività finanziarie, a partire dai “green bond”. Ed è proprio intorno a questa categoria di obbligazioni che dall’inizio del 2018 si è aperto un acceso dibattito che sta generando, da un lato, molto interesse da parte di consulenti e investitori, dall’altro, confusione su cosa sia realmente un “green bond”. 

È facile, infatti, assistere ad una confusione tra il concetto di green bonds, social bonds e sustainability bonds: i green bond sono strumenti finanziari obbligazionari i cui proventi vengono impiegati per finanziare progetti a favore dell’ambiente. I social bond sono invece strumenti finanziari i cui proventi vengono impiegati per finanziare progetti a favore del benessere sociale di un target di popolazione ben identificato. I sustainability bonds, infine, sono strumenti utilizzati per finanziare progetti a favore del benessere sociale di un target di popolazione ma con un impatto neutro o positivo sull’ambiente. È evidente, fin dalla definizione, che diventa importante saper distinguere quello che l’etichetta “green” nasconde. Se è vero, infatti, che in teoria il processo di analisi potrebbe soffermarsi esclusivamente sulle caratteristiche dell’obbligazione green e sulla tipologia dei progetti che essa finanzia, nella pratica, la selezione di un green bond determina un’attenta osservazione dell’emittente. Per NN IP, ad esempio, la scelta di emettere un green bond deve essere allineata ad uno scopo strategico preciso, che il management dell’emittente è disposto a condividere con gli investitori, spiegando obiettivi e risultati dei progetti di investimento. Per queste ragioni il team di investimento a volte decide di escludere anche emissioni di rilievo per ragioni diverse dall’obbligazione in sé, tra le quali la scarsa trasparenza e disponibilità all’incontro, l’operatività in settori ritenuti controversi e in contrasto con i valori sottostanti ai green bond, scelte strategiche che indicano poco interesse a reali obiettivi green, circostanze più gravi come governance inadeguata ed episodi di corruzione. L’importante insomma è che vi sia una totale coerenza tra emissione green e visione strategica di lungo termine dell’emittente. Quindi, la regola principale quando si parla di “green bond” è affidarsi a gestori in grado di verificare che non si è di fronte a emissioni di facciata. Soprattutto ora che siamo di fronte a un mercato che, da quando i primi Principi dei Green Bond sono stati pubblicati nel 2014, è cresciuto di oltre 300 miliardi di euro. A quanto ammonta, però, il premio dei green bond oggi? E quale è stato il suo andamento nel tempo? Una risposta a queste e ad altre domande arriva da un’analisi condotta dal team di gestione di NN Investment Partners, che nel secondo trimestre del 2018 ha registrato un aumento significativo nella gestione dei portafogli green bond: il patrimonio in gestione di NN IP è aumentato da 20 milioni di euro nel 2016 a circa 900 milioni a luglio 2018, e si prevede che possa crescere rapidamente a oltre 1 miliardo di euro. Non solo, la società oggi vanta nella sua gamma il più grande fondo in green bond - NN (L) Euro Green Bond - con un patrimonio in gestione di 560 milioni di euro. 

“Nella nostra analisi ripartiamo i prezzi per settore, rating creditizio, paese e valuta, e valutiamo l’esistenza di differenze in termini di caratteristiche ecosostenibili delle obbligazioni” spiega ad AdvisorPrivate Simona Merzagora, managing director di NN IP per l’Italia. “Abbiamo definito l’universo dei green bond utilizzando le obbligazioni incluse nell’indice Bloomberg MSCI Global Green Bond come punto di partenza. A nostro avviso, questo è l’indice dei green bond più affidabile e più comunemente utilizzato”. Un indice che include soltanto obbligazioni investment grade e quelle ecosostenibili liquide e non tiene conto delle obbligazioni a impatto sociale e sulla sostenibilità. 

NN IP ha raccolto i dati mensilmente, da dicembre 2014 a novembre 2017 analizzando 133 green bond unici e con etichetta emessi da 59 istituzioni appartenenti a 16 paesi e a 7 organizzazioni sovranazionali. “Abbiamo valutato le differenze tra il rendimento medio dei green bond e il rendimento interpolato delle obbligazioni non ecosostenibili in base a paese, valuta, settore, rating creditizio e caratteristiche di ecosostenibilità” continua Merzagora che svela subito una sorpresa positiva: “I green bond emessi in Corea del Sud, India, Finlandia e Italia presentano in media rendimenti più elevati rispetto alle emissioni non ecosostenibili”. Non è un caso che lo stesso Governo Italiano sembra stia esplorando l’emissione di un green bond, scelta già seguita da paesi come Francia, Belgio, Polonia e Indonesia. 

Ma come si spiega la differenza di rendimento tra green bond e obbligazioni non ecosostenibili? “Due fattori potrebbero giustificare la differenza in termini di rendimento tra green bond e obbligazioni non ecosostenibili” risponde Merzagora. “Uno è l’eventuale disallineamento tra domanda e offerta. La differenza tra rendimenti potrebbe essere riconducibile all’interesse crescente degli investitori e alla quantità limitata di emissioni a carattere ecosostenibile. La crescita del mercato dei green bond aumenta le opportunità di scelta degli investitori, e potrebbe giustificare il motivo per cui i green bond sono diventati meno costosi nel tempo rispetto alla curva dell’emittente”. 

Un altro possibile motivo è che in determinate circostanze di mercato i green bond possono risultare meno volatili rispetto alla categoria. “In fasi di avversione al rischio” spiega la manager, “i green bond tendono a essere maggiormente stabili, grazie a un maggior numero di investitori che acquista e conserva le obbligazioni all’interno dei portafogli: chi investe in green bond ha un orizzonte d’investimento a lungo termine e non specula in modo attivo, riducendo così la volatilità dei prezzi”.

Rimane aperta una questione: come è possibile valutare se un emissione è davvero green? Esclusa, ovviamente, l’ipotesi del fai-da-te diventa fondamentale affidarsi a gestori che dichiarino principi di selezione chiari e adeguatamente misurabili. “Il nostro fondo NN (L) Euro Green Bond, ad esempio, segue i Green Bond Principles e i parametri di Climate Bonds Initiative per la classificazione delle obbligazioni verdi” spiega Merzagora. “Crediamo che entrambe le direttive siano importanti per valutare tali emissioni. I Green Bond Principles offrono una guida sul tipo di progetti che possono essere finanziati attraverso un green bond, sulla gestione dei profitti e infine sulla reportistica. Mentre le linee guida della Climate Bonds Initiative offrono chiarezza su come ogni tipo di progetto sia conforme a un aumento di temperatorua massimo di 2 gradi entro il 2100, come concordato a Parigi nel 2015”. Ad esempio, quali sono i modelli di auto ibride che danno maggiori certezze in termini di impatto positivo sull’ambiente? La tassonomia della Climate Bonds Initiative ha definito i criteri per dare più chiarezza su aspetti come questi. È sufficiente seguire tali criteri? No. La via più “green” prevede l’intervento della cosiddetta second party opinion confrontata con uno screening indipendente dello stesso team di gestione che, nel caso di NN IP, non si limita ad analizzare che i progetti finanziati siano “verdi” ma anche che il proflio e la strategia dell’emittente sia “sostenibile”. La “sostenibilità” non è solo un’opportunità da perseguire, ma una filosofia da condividere.



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