Ormai non passa giorno senza sentir parlare dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (SDG). Anche nel mondo del risparmio gestito, dove è in costante crescita il numero di attori che dichiara di guardare a tali obiettivi per costruire i propri portafogli di investimento a impatto. L’impact investing, come già spiegato in alcuni articoli precedenti, restringe l’universo investibile ad aziende che sono intenzionalmente e fattivamente impegnate a cambiare il mondo in meglio, attraverso le loro attività. Si tratta di aziende che puntano all’innovazione, alla trasparenza finanziaria e sociale, al miglioramento degli standard produttivi in ottica sostenibile, alla realizzazione di prodotti e servizi dedicati a risolvere problematiche ambientali e sociali per il bene della comunità su vasta scala. L’impact investing è ancora un’area di investimento relativamente giovane, intorno alla quale permangono luoghi comuni da sfatare. Il motivo di tale scarsa conoscenza è da ricondurre alla limitatezza delle evidenze empiriche disponibili e molti investitori, che dichiarano poca dimestichezza con questo tipo di strategia, la considerano rischiosa o comunque non vantaggiosa per i rendimenti finanziari.
 

L’esplosione, nei dibattiti, dell’importanza di perseguire i 17 obiettivi ONU non ha purtroppo ancora cancellato la convinzione che inserire l’investimento in titoli con un impatto positivo possa risultare penalizzante in termini di rendimento. 
 

Argomentazioni contro questi preconcetti arrivano da una ricerca condotta da NN Investment Partners che, analizzando un database di circa 15.000 titoli selezionati, sfata i luoghi comuni sull’impact investing. “Misurare l’impatto è ancora una sfida per molti analisti, ma gli standard più elevati di rendicontazione e trasparenza, l’ampia disponibilità di fonti di dati e la standardizzazione delle metodologie di misurazione porteranno a nuovi sviluppi nei prossimi anni. Una buona comprensione della composizione e delle caratteristiche dell’universo a impatto ci consente di comprendere meglio i rischi e le opportunità che ne derivano” spiega Simona Merzagora, Managing Director di NN IP. “Dedichiamo molti sforzi alla ricerca e i risultati che otteniamo rappresentano un importante punto di partenza per selezionare e individuare una gamma più ampia di interessanti titoli azionari a impatto”. 
 

Entrando in dettaglio, la ricerca a firma NN IP ha individuato quasi 3.000 aziende a impatto positivo su 15.000 appartenenti all’universo di riferimento, ovvero circa il 19%. Un risultato che ha stupito positivamente gli analisti della società e che, in parte, è dovuto a un ampliamento del raggio d’azione, che include aziende più piccole non comprese in indici globali quali l’MSCI ACWI. All’interno di questo paniere di società a impatto, più del 60% offre soluzioni sanitarie o contribuiscono positivamente alla transizione verso un’economia circolare e a basse emissioni. 
 

L’altro punto interessante della ricerca fa cadere un altro preconcetto: la convinzione che un’azienda analoga su un mercato emergente abbia maggiore impatto rispetto al suo concorrente sui mercati sviluppati e che esistano più aziende a impatto positivo nel segmento delle small cap che non tra le large cap.
 

Ed è proprio quest’ultimo punto un elemento particolarmente innovativo della ricerca: la convinzione che le realtà più piccole, più innovative per definizione, siano anche quelle con un maggiore impatto positivo viene in parte smentito. È vero che esistono più aziende a impatto negativo nelle fasce di maggiore dimensione, ma si riscontra soltanto una correlazione leggermente negativa tra impatto positivo e dimensione. 
 

Come si muovono le aziende a impatto positivo rispetto alle altre? “Se esaminiamo meglio la distribuzione del nostro universo di aziende a impatto positivo, si nota anche una serie di schemi”, rispondono gli esperti NN IP che classificano tali schemi in tre macro-temi legati ai SDG: Persone, Pianeta, Prosperità.
 

Secondo l’indagine c’è un numero elevato di società che è esposto alla tematica “Persone”, il 57% del campione totale, quasi il doppio di quelle esposte al tema “Pianeta” (29%), e infine un 14% esposto al tema della “Prosperità”. Pertanto, l’esposizione alle otto soluzioni a impatto individuate da NN IP - rappresentata nella tabella - è anch’essa alterata, con “l’accesso alle soluzioni sanitarie” (45%) e la “riduzione delle emissioni di carbonio ed economia circolare” (18%) che insieme rappresentano oltre il 60% di tutte le azioni appartenenti all’universo a impatto positivo.

Inoltre, è tendenzialmente più difficile individuare le azioni legate al tema “Prosperità”. Sono più eterogenee in termini di prodotti e attività rispetto a quelle correlate alla tematica “Pianeta”, e in particolare alle azioni riferite al tema “Persone”, e presentano una minore corrispondenza con le classificazioni settoriali tradizionali. 
 

Rimane una domanda cruciale:
creano davvero valore tali aziende? I risultati dell’indagine evidenziano che le società a impatto conseguono un punteggio migliore in base a tre driver di valore principali: rendimento sul capitale (differenziale del CFROI rispetto al costo del capitale); crescita; costo del capitale (tassi di sconto).

Inizialmente sembrerebbe che le aziende a impatto positivo presentino dati a breve termine leggermente più deboli in termini di creazione di valore rispetto al resto dell’universo, con un differenziale del CFROI rispetto al costo del capitale pari al 2,7% contro il 2,9% delle società a impatto neutro o negativo. Tuttavia, se si escludono le aziende con una capitalizzazione di mercato inferiore a 1 miliardo di dollari, questa differenza diventa del 7,3% rispetto al 4,9%, con aziende a impatto positivo che offrono ovviamente rendimenti di qualità superiore. Tra le società con capitalizzazione di mercato inferiore a 1 miliardo di dollari, figurano aziende più innovative e in fase iniziale in settori non sviluppati, che tendono a presentare un CFROI più basso. 
 

Le aziende a impatto positivo crescono più rapidamente e presentano tassi di sconto più bassi. I loro tassi di crescita più elevati sono fortemente indicativi. Inoltre, tendono a essere più innovative e a beneficiare degli effetti trainanti degli SDG, e normalmente non operano in settori obsoleti. Ma l’aspetto ancora più sorprendente è che queste stesse questioni giustificano anche i tassi di sconto più bassi delle aziende a impatto positivo, poiché aumentano la resilienza delle società e ne riducono la ciclicità. Inoltre queste relazioni sono ancora maggiormente valide se si considera l’universo a impatto positivo a livello di settore e soluzione. 
 

“Creando questo nuovo database, abbiamo scoperto un universo a impatto ampio e diversificato costituito da quasi 3.000 azioni” concludono gli esperti di NN IP che confermano di avere di fronte un universo di qualità superiore rispetto all’universo complessivo: crescita più elevata, rendimenti sul capitale di qualità superiore e costo del capitale più basso. L’universo a impatto offre sicuramente uno strumento di screening efficace per poter individuare le aziende papabili più interessanti da introdurre nel portafoglio dei fondi ed è certo, visto il mutare dei mercati e l’aumento dell’attenzione per i titoli azionari a impatto, che questa indagine è solo il punto di partenza di un processo di approfondimento che dovrà ampliarsi per convalidare, ulteriormente i risultati con dati esterni e analisi di intelligenza artificiale.



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