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24/09/2016

Italiani e risparmio, non perdiamo anche la Generazione Z

di Francesco D'Arco

Una adeguata alfabetizzazione finanziaria è importante non solo per i singoli, ma anche per l'economia nel suo complesso. Quante volte abbiamo sentito esperti nazionali e internazionali recitare una tale massima? E quante volte, in seguito all'intervento di un guru della financial literacy abbiamo sentito autorità o politici affermare che era giunto il momento di avviare un progetto strutturato di educazione finanziaria nelle scuole italiane? Troppe.

 

E troppe volte tutto si è tradotto in annunci poco concreti. Forse perché non sempre, dietro alle rapide affermazioni di studiosi e professori emeriti si è cercato di capire quanto effettivamente un'adeguata alfabetizzazione finanziaria di un singolo fosse utile alla crescita economica di un paese o, perché no, di una singola industria. Una conferma empirica che l'affermazione letta e sentita più volte sia vera arriva da una ricerca internazionale, realizzata da Aneel Keswani (Cass Business School di Londra), Antonio F. Miguel (ISCTE -Lisbon University Institute) e Sofia B.Ramos (ESSEC - Business School) dal titolo "Lazy Investors, Lazy Fund Managers, Lousy Performance: Culture and Mutual Fund Management". Un titolo che ben sintetizza le conclusioni della ricerca: pigrizia (e ignoranza) degli investitori generano pigrizia nei gestori e performance scadenti. Performance, commissioni, raccolta e dimensioni dell'industria dei fondi comuni sono tutti elementi influenzati anche dalla cultura finanziaria degli investitori. In particolare "nei paesi in cui la cultura finanziaria è elevata i gestori sono più stimolati a correre rischi controllati per migliorare le performance". Non solo. Sempre secondo lo studio, pubblicato nel mese di luglio, una maggiore cultura finanziaria genera anche un miglior rapporto qualità-prezzo.

 

Detto in altri termini le società di gestione, di fronte a investitori "colti e consapevoli" sono più "sensibili" al tema commissioni e valutano con attenzione il costo del prodotto per evitare di subire deflussi. Risultato: la maggiore cultura del Paese ha un effetto economicamente importante sull'andamento del settore dei fondi comuni.


Ad esempio, se si guarda all'andamento delle diverse industrie dei fondi comuni tra il 1998 e il 2010 un paese come la Norvegia, dove il 71% della popolazione risulta avere un adeguato livello di alfabetizzazione finanziaria, registra costi complessivi medi per i fondi pari all'1,99% e un rendimento medio trimestrale del 2,70%. In Italia, dove solo il 37% della popolazione risulta adeguatamente preparato il costo medio dei fondi è stato del 2,47% e il rendimento medio trimestrale è stato del -0,09%.

 

Consapevoli che, come indicato all'interno dello stesso studio, molti sono i fattori che possono influenzare i costi e le performance di un'industria come quella del risparmio gestito, è però adesso più evidente l'importanza, se si vuole investire su uno sviluppo duraturo del settore, di concentrare maggiori risorse anche sulla financial literacy, andando oltre gli slogan e non lasciando, come fatto finora, solo a singole iniziative di associazioni di categoria o singole società, il compito di diffondere una maggiore cultura tra gli italiani. Serve un progetto serio e duraturo perché sul fronte dell'alfabetizzazione finanziaria non solo abbiamo già perso i Baby Boomers e la Generazione X, ma anche i Millennials - come dimostra l'edizione 2012 del Programme for International Student Assessment che ha misurato il livello di financial literacy tra i quindicenni di diversi paesi e ha visto l'Italia posizionarsi al penultimo posto (sopra solo alla Colombia). Se non si assisterà ad una svolta rapida nel giro di pochissimi anni rischiamo di perdere anche la Generazione Z, coloro che sono nati dopo il 2005, con inevitabili ritardi per lo sviluppo futuro dell'industria dei fondi comuni e dell'economia del Paese.

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