“Digitalizzare” il Codice Civile

A giugno è inevitabile tracciare un primo bilancio dell’anno in corso e capire se le previsioni e gli auspici di gennaio siano stati, più o meno, confermati. Ma il 2020 è diverso, e il bilancio, questa volta, non può e non deve riguardare solo l’aspetto economico...
18/07/2020 | Francesco D'Arco

A giugno è inevitabile tracciare un primo bilancio dell’anno in corso e capire se le previsioni e gli auspici di gennaio siano stati, più o meno, confermati. Ma il 2020 è diverso, e il bilancio, questa volta, non può e non deve riguardare solo l’aspetto economico. I numeri sono fondamentali per capire come un’industria abbia reagito ad una crisi, e non si può prescindere da essi. Questa volta, però, non bastano perché abbiamo perso una stagione: la primavera del 2020. In questo momento i numeri, anche quelli positivi - come i 15 miliardi raccolti dalle reti tra febbraio e maggio - non possono essere adeguatamente commentati. Il bilancio da stilare è di altro genere: prima che il ricordo del lockdown sbiadisca, dobbiamo prendere ciò che di buono - da un punto di vista lavorativo, sociale ed economico - abbiamo ereditato e riflettere sui cambiamenti necessari per uno sviluppo positivo del settore e del Paese. Sicuramente sarà centrale un’evoluzione del digital mindset di tutti gli attori del wealth e dell’asset management (clienti compresi). Ma c’è un aspetto che - almeno nei dibattiti - è passato in secondo piano e che ha messo a dura prova il mondo della consulenza finanziaria, soprattutto nella fase di lockdown: quello normativo. Per realizzare i numeri di raccolta citati, l’industria della consulenza finanziaria ha dovuto intervenire sulle modalità di gestione della contrattualistica che, fino a febbraio, era basata su una digitalizzazione ma in “compresenza” di consulente e cliente. L’emergenza ha imposto una gestione dei contratti in una condizione di totale “non compresenza”. Il digitale è diventato virtuale e questo ha richiesto a tutti di allentare le maglie di un sistema normativo che in ambito economico e finanziario è particolarmente “rigido”.

Rompere gli schemi della normativa ha esposto tutti a un rischio frodi che non si poteva calcolare e che nessuno era pronto ad affrontare. Men che meno le istituzioni dal momento che, non dimentichiamolo, l’intera normativa sui rapporti di diritto privato si fonda su un codice entrato in vigore nel 1942. A quasi 80 anni dalla sua nascita il Codice Civile, con i suoi quasi 3.000 articoli dovrà ora affrontare una sfida paragonabile a quella affrontata nella primavera del 1942 quando sostituì il Codice entrato in vigore nel 1866 (per unire i Codici civili dei vari Stati italiani, ndr). Oggi la sfida è garantire la tutela a cui siamo abituati nella gestione dei rapporti tra privati (anche commerciali) “grazie” e “nonostante” il digitale. La prima rivoluzione dell’attuale scheletro della normativa sui rapporti di diritto privato ha subito importanti variazioni in prossimità di grandi eventi, quali l’Unità d’Italia e una Guerra Mondiale. Se siamo tutti d’accordo che questa pandemia ha sul Paese (e non solo) conseguenze paragonabili a quelle di una guerra, allora è il momento di ringiovanire l’ottantenne Codice Civile. Per una adeguata ripresa del Paese servono anche normative chiare, tutelanti e “moderne”. 

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