Gestore della settimana: "Cosa ci piace (e cosa no) dei mercati emergenti"

AdvisorOnline.it ha intervistato Nick Robinson, senior investment manager emerging markets equity di Aberdeen Asset Management
05/09/2016 | Massimo Morici

Negli ultimi tre anni più di 100 miliardi di dollari sono defluiti dai mercati emergenti e molto di quel denaro è arrivato ai mercati sviluppati. Il trend quest'anno, tuttavia, sembra aver cambiato rotta e molte Borse emergenti hanno sovraperformato le piazze finanziarie dei paesi sviluppati. "Abbiamo avuto un piccolo miglioramento del sentiment ma non sono sicuro se continuerà a migliorare o no. A favore degli emergenti abbiamo due elementi: gli emergenti sono significativamente a sconto rispetto ai mercati sviluppati e molto più convenienti di quanto siano stati in media negli ultimi 10 anni e sonom più isolati rispetto a quanto sta accadendo in Europa, come la Brexit. Nel breve termine potrebbero continuare a beneficiare dell’allentamento monetario e che forse i tassi negli USA si rialzeranno più lentamente, in particolare alla vigilia di un’elezione" spiega ad AdvisorOnline.it Nick Robinson (nella foto), senior investment manager emerging markets equity di Aberdeen Asset Management.

Molti investitori erano preoccupati della Cina ma ora sembra che il problema sia scomparso. Cosa ne pensa e qual è la sua opinione a lungo termine?
La Cina diventerà un mercato ancora più importante all’interno dei mercati emergenti. Adesso la percentuale della Cina all’interno del benchmark dei mercati emergenti è circa del 25% ed è probabile che aumenterà col passare del tempo. Il problema con la Cina è la difficoltà a trovare società affidabili. La governance delle aziende è solitamente piuttosto debole e non c’è trasparenza.

Ma oggi metà delle società è privata?
Non è sempre chiaro chi controlli le società o quali siano gli interessi con cui le società vengono gestite. Essere azionisti di minoranza presenta sempre delle sfide perché le società possono approfittarne piuttosto facilmente, ovvero la società può essere gestita secondo interessi diversi rispetto a generare valore per gli azionisti di minoranza. Anche investire in Cina localmente sul mercato A-shares presenta delle sfide. L’anno scorso abbiamo osservato molta volatilità su questo mercato e molte società sono state sospese nelle contrattazioni, esistono anche controlli sul capitale con cui gli investitori devono fare i conti. Per questo investiamo principalmente nel mercato H-shares, quindi sulle società quotate ad Hong Kong, ed anche in società con sede ad Hong Kong che hanno attività in Cina. Queste aziende tendono ad avere una governance migliore.

Quali settori preferite e dove vedere le opportunità migliori?
In generale, vediamo più opportunità nei settori guidati dai consumi ed è lo stesso per il resto dei mercati emergenti. Ci piacciono di più le aziende di medie dimensioni trainate dai consumi più che quelle legate alle materie prime o quelle finanziarie. L’anno scorso Aberdeen ha lanciato un fondo sulla Cina che investe solo sul mercato A-shares. Si tratta di un modo per noi di familiarizzare con il mercato che è ad uno stadio di sviluppo iniziale quindi, una volta che la condizioni come i controlli sul capitale e l’integrità del mercato saranno risolti, è probabile che l’MSCI includerà l’A-shares nel benchmark, mentre al momento include soltanto alcuni titoli cinesi quotati ad Hong Kong. L’altro grande mercato asiatico è l’India, forse più piccolo nell’indice rispetto alla Cina.

Cina e India: quale mercato pensate avrà i migliori risultati?
L’India è un mercato con caratteristiche più positive rispetto alla Cina, dove molto si basa sulla selezione delle società. In India ci sono più aziende che riteniamo sicure per l’investimento perché sono quotate da diversi anni e controlliamo azionisti di cui abbiamo fiducia. Inoltre il settore bancario è probabilmente più sicuro: le banche sono controllate principalmente da privati e gestite negli interessi degli azionisti, quindi la governance è migliore.

In quali settori vedete le migliori opportunità nel lungo termine?
Principalmente in due settori: bancario e consumi. Per quanto riguarda quello bancario, abbiamo banche che erogano mutui, come HDFC (Housing Development Finance Corporation) e ICICI (The Industrial Credit and Investment Corporation of India). Per quanto riguarda i consumi abbiamo titoli quali Unilever, che ha una controllata in India, e Hero MotoCorp, un costruttore di moto. Abbiamo anche investito in una società cementiera in India, perché a lungo termine è una buona storia per l’edilizia e il settore immobiliare.

Quali mercati ritenete interessanti nell’Asia del Pacifico?
Ci piacciono la Tailandia, le Filippine e l’Indonesia.

E in questi mercati pensate che il tema dei consumi sia interessante?
Sono mercati in cui i consumi sono importanti. Per Tailandia ed Indonesia sono più significative le materie prime. Uno dei temi di investimento più significativi nei mercati emergenti sono i consumi. È qualcosa di ciclico e non tutti i Paesi si trovano nello stesso ciclo allo stesso ritmo, ci sono Paesi in cui i consumi sono più stanchi, hanno una leva troppo elevata e si indeboliscono ed altri che si trovano proprio all’inizio del ciclo. In generale è una tendenza che non potrà che continuare negli emergenti.

Passando al Sudamerica, la Borsa brasiliana ha fatto molto bene quest’anno, pensa che questo recupero si possa fermare?
Sì, se non vedremo miglioramenti nei profitti o nella redditività, il mercato scoprirà di aver davvero corso molto e molto velocemente e potrebbe tornare indietro, visto che la Borsa ha recuperato il 50% in dollari quest’anno dai minimi. Quindi c’è stato un movimento enorme ma quello che non abbiamo ancora visto è un miglioramento a livello delle società: le aziende evidenziano livelli molto bassi di profitti ed anche la redditività è piuttosto bassa.Tuttavia, il Brasile è un mercato in cui troviamo molte società interessanti, la governance tende a essere migliore, in particolare tra le aziende di medie dimensioni.

In quali settori?
Società finanziarie, società che gestiscono centri commerciali e commercio al dettaglio.

Non Petrobras.
Avevamo un investimento in Petrobras che abbiamo chiuso un po’ di tempo fa. L’azienda ha parecchi problemi sui quali sta lavorando. Ci vorrà del tempo ma ha un nuovo a.d. che si spera possa risolvere la questione.

A parte il Messico che è strettamente connesso agli USA, cosa ne pensa di altri mercati? 
Cile, Colombia e Perù sono mercati interessanti anche se piccoli ed esposti alle materie prime. Il Cile non è molto esposto al petrolio, ne è un importatore, ma è esposto al rame che vale circa la metà delle sue esportazioni. Nella nostra strategia dedicata all’America Latina abbiamo due aziende di infrastrutture, una società cementiera mentre l’altra sviluppa progetti infrastrutturali: abbiamo assistito ad un cambio all’esecutivo negli ultimi mesi, il nuovo governo è a favore degli investimenti in infrastrutture. In Colombia abbiamo posizioni in una banca e in una controllata di Casino, il gruppo francese della Gdo. C’è stato uno scandalo quando Casino ha costretto la controllata Éxito ad acquistare azioni della controllata brasiliana: è un esempio di quello che si può trovare nei mercati emergenti quanto a scarsa governance.

Qual è la vostra view sulla Russia?
Abbiamo un leggero sovrappeso sulla Borsa di Mosca. Deteniamo due titoli russi: LUKoil, una società petrolifera privata controllata da un oligarca, una delle poche nei mercati emergenti dato che la maggior parte di questo tipo di aziende è controllata dallo Stato. La deteniamo da più di dieci anni. L’altro titolo è Magnit, una catena di supermercati, società che è stata gestita con grande accortezza da un imprenditore, quindi un vero uomo d’affari piuttosto che un oligarca, che beneficia dei consumi russi

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