Robeco: la sostenibilità piace ai millennials ma non solo

È vero che questa fascia di età sembra essere quella più interessata agli investimenti sostenibili, ma non si tratta certo di una moda. L’attenzione verso tematiche ESG attraversa tutte le generazioni e ha una storia secolare, eccola
04/04/2018 | Redazione Advisor

La sostenibilità piace ai millennials ma forse non soltanto e di certo non si tratta, come in molti ritengono, di una moda passeggera. Se è vero che questa fascia generazionale sembri più interessata a questo tipo di tematiche, è sbagliato ritenere gli investimenti ESG appannaggio dei nati daagli anni '80.

Nell'analisi di Masja Zandbergen, responsabile dell’integrazione ESG di Robeco, si mostra come  i millennial siano più siano più propensi a comprare alimenti biologici o caffè del commercio solidale e a preoccuparsi dei diritti umani di quanto lo fossero i loro genitori o nonni.

Non solo, internet è stato un fattore fondamentale per facilitare l'accesso alle informazioni che hanno svelato le attività che sostenibili non erano e ha permeso così di fare le proprie scelte.

 

Tuttavia, stando a un sondaggio realizzato nel 2017 da Robeco sulle preferenze dei propri investitori retail in Olanda, la domanda di sostenibilità è distribuita piuttosto equamente tra tutte le fasce di età. Il 70% circa degli ultracinquantenni si è dichiarato decisamente interessato alla sostenibilità, a fronte del 66% del gruppo 34-50 anni e al 67% del gruppo 18-34 anni. Pur non essendo uno studio scientifico esaustivo, il sondaggio ha effettivamente dimostrato che la sostenibilità è popolare tra le persone di mezza età e oltre tanto quanto lo è tra i millennial. Si ottiene un risultato simile anche se si guarda a chi effettivamente investe in fondi sostenibili – il 28% degli over 50, il 29% del gruppo 34-50 anni e il 26% del gruppo 18-34 anni – e la quota di portafoglio media investita in fondi sostenibili, pari al 29% per gli over 50, al 30% per il gruppo 34-50 anni e al 33% per il gruppo 18-34 anni.

 

Le origini della sostenibilità risalgono alla chiesa del secolo XVIII, quando i quaccheri alzarono le prime barriere rifiutandosi di investire in tutto ciò che fosse collegato con la tratta degli schiavi. In anni più recenti la tendenza andò crescendo con le prime leggi sull’uguaglianza dei diritti negli anni ’60 e le campagne ambientali degli anni ’70. Un ‘boicottaggio’ importante fu quello messo in atto negli anni ’70 dalle aziende che si rifiutavano di investire in Sudafrica a causa del regime di apartheid in atto in quel Paese.

L’interesse per la sostenibilità è diventato globale nel 1987, con la pubblicazione da parte della Commissione delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo (Commissione Brundtland) del rapporto “Our Common Future” in cui si denunciava lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, all’epoca rappresentato soprattutto dalla vasta deforestazione.

Un'altra frase famosa, nota come “triple bottom line”, è quella coniata nel 1995 non da un millennial, ma da un uomo d’affari britannico di mezza età, John Elkington, il quale affermò che qualsiasi azienda debba considerare tre P: Persone, Pianeta e Profitti (e non solo quest’ultima parola) come ugualmente importanti per il proprio successo nel lungo termine. Tramite successivi adattamenti, questo concetto si è tradotto nei tre fattori ESG (ambientale, sociale e di governance) che sono oggi alla base della maggior parte dei processi di investimento sostenibile.

Il concetto e la tematica di ‘sustainability investing’ sono poi diventati di uso comune nel decennio successivo, quando hanno cominciato a essere presi sul serio dagli investitori. L’accordo è stato ratificato da 174 Paesi il 22 aprile 2016, data oggi designata dall’ONU come “Giornata Mondiale della Terra”.

 

 

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