Titoli tecnologici indispensabili per giocare in difesa

Kerkhoff (DJE Kapital): “Con il collasso trasversale degli utili societari nel primo trimestre, quelli della maggior parte delle società tech si sono dimostrati estremamente resistenti”
24/08/2020 | Redazione Advisor

Il lavoro da remoto, le attività di svago virtuale e simili continuano a sostenere il settore tecnologico. Ma al contempo, ne cambiano le caratteristiche. Come evidenzia René Kerkhoff, analista settori tecnologia, automotive e retail e gestore del fondo DJE – Mittelstand & Innovation di DJE Kapital AG, “sempre più, modelli di business innovativi, indipendenti dai cicli economici, come per esempio i produttori di Saas (Software as a service), fanno da complemento al settore tecnologico, un tempo dominato dalle società produttrici di hardware”.

“Fino ad oggi – sottolinea l’esperto - i titoli tech sono stati considerati investimenti ‘d’attacco’. Ma la crisi sanitaria ha evidenziato l’importanza fondamentale di questo settore nelle nostre vite, come mai prima d’ora. Secondo il ceo di Microsoft, Satya Nadella, la pandemia ha colpito tutte le aree della nostra vita e del lavoro, realizzando in appena due mesi una trasformazione digitale che sarebbe durata due anni. Questa dichiarazione si è vista anche nei corsi azionari. L’indice tecnologico americano, il NASDAQ, ha guadagnato il 24,5% quest’anno, mentre il più ampio indice azionario globale, MSCI World, in euro, ha perso il 5%. Con il collasso trasversale degli utili societari nel primo trimestre, gli utili della maggior parte delle società tech si sono dimostrati estremamente resistenti. I titoli azionari globali hanno visto una crescita degli utili e delle vendite più sostenuta del mercato nel primo trimestre prima della crisi Covid. E questo vantaggio si è ampliato ulteriormente dopo lo scoppio della pandemia. Secondo le stime di consenso, il settore tecnologico globale dovrebbe registrare quest’anno una crescita dei ricavi comparabile a quella di settori difensivi come quello sanitario, delle utility o dei beni di consumo”.

“Le società tecnologiche – prosegue l’analista - stanno ora prendendo il posto delle società fornitrici di servizi, le utility company: molte aziende, lavoratori e consumatori non possono più fare a meno dei loro servizi e dei loro prodotti. La domanda di app è ulteriormente cresciuta, poiché le misure di lockdown hanno rafforzato il bisogno di comprare, imparare e lavorare da casa e in maniera virtuale. Senza una robusta infrastruttura digitale, i dipendenti non possono lavorare da casa in maniera efficiente, né gli studenti possono accedere alle lezioni online. I governi e le società sanitarie si affidano alle piattaforme tecnologiche per offrire al pubblico informazioni tempestive, per esempio. I lavoratori e i consumatori si aspettano una sicurezza informatica di prim’ordine. Fatturazione e pagamenti devono funzionare efficacemente, mentre i servizi di streaming video e audio sono diventati parte della quotidianità. In altre parole: internet a banda larga, servizi di teleconferenza, cloud, cybersecurity, dating online, e-commerce, streaming, sono ora quasi indispensabili – e ci saranno ulteriori investimenti in questi segmenti”.

Il settore tecnologico “ha dovuto lavorare sodo per raggiungere questa caratteristica difensiva. Dopo tutto, la bolla dotcom del 2000 ha gettato ombre su queste aziende, in tutto il mondo. Oggi, tuttavia, ci sono ragioni per ritenere che queste abbiano modelli aziendali più sostenibili e profittevoli. Le società tech odierne sono caratterizzate da modelli di business a prova di crisi, come si è visto durante l’emergenza pandemica. Nel periodo da dicembre 2019 a maggio 2020, per esempio, gli analisti hanno rivisto al ribasso i risultati attesi per i titoli azionari parte dello S&P 500 del 6,5%. Decisamente meno del calo atteso sugli utili per i titoli del comparto industriale (-53,3%) e del comparto dei materiali per costruzioni (-30,6%). Ci sono molte ragioni alla base di ciò: il segmento software nel comparto tecnologico, per esempio, è caratterizzato da una grossa quota di ricavi ricorrenti e, a differenza del segmento hardware, non è dipendente dal ciclo economico. Inoltre, secondo una recente indagine, quasi i due terzi delle società intende aumentare la spesa in IT. A ciò si aggiunga che l’espansione della digitalizzazione continua a essere una priorità per tutti i settori economici”.
 

Come mette in luce il gestore “i buyback aumentano il ritorno per gli azionisti. Il settore tecnologico ha assunto un carattere difensivo ma, a differenza degli altri settori difensivi, dove gli investitori possono attendersi dividendi, i titoli tech non ne hanno pagati molti sin qui. È più comune, in questo settore, aumentare il ritorno per gli azionisti tramite programmi di buyback. Nel 2019, solo circa il 19% delle società quotate sul NASDAQ hanno pagato un dividendo, mentre quasi la metà ha ricomprato azioni proprie. I buyback azionari possono avere diversi scopi: le società usano queste azioni in parte per girarle ai dipendenti, nei piani di compensazione basata sulle partecipazioni azionarie. Tuttavia, le aziende possono anche conservare le azioni proprie e utilizzarle come moneta di scambio nelle transazioni. Nel farlo, un’azienda compra le proprie azioni sul mercato e le rimuove così dalla circolazione. Ciò presenta molti vantaggi per gli investitori: il numero ridotto di azioni circolanti aumenta la quota di partecipazione degli azionisti esistenti. In teoria, questo porta a un aumento del prezzo dell’azione nel lungo termine, poiché i profitti societari sono distribuiti a un numero inferiore di azionisti e il rapporto P/E si riduce, dato l’aumento degli utili per azione. I buyback sono anche vantaggiosi dal punto di vista fiscale rispetto alla distribuzione di dividendi, poiché l’aumento di lungo termine del valore è tassato solo quando l’azione viene venduta. Negli ultimi anni, i piani di buyback sono aumentati rapidamente. Mentre nel 2000 furono riacquistati soltanto circa 170 miliardi di dollari in azioni proprie, il volume è salito a 738 miliardi nel 2019. Il primo trimestre 2020 è stato il quinto migliore di sempre in termine di buyback sullo S&P 500, con un volume di 195 miliardi di dollari. La percentuale media dell’indice azionario riacquistato dalle società ogni anno, il c.d. “buyback yield”, dal 2000 al 2020 è stata in media il 2,8%”.

 “Per lungo tempo – conclude Kerkhoff - il settore tecnologico è stato considerato un settore ciclico, data l’elevata quota di produttori di hardware. Dieci anni fa, questi produttori contavano per circa il 60% del comparto IT globale, una quota scesa oggi sotto il 40%. Oggi a dominare il mercato sono società software, con modelli aziendali molto meno ciclici. Offrendo Saas, queste aziende hanno stabilito una fedeltà di lungo termine della clientela e possono generare ricavi ricorrenti e flussi di cassa stabili. Inoltre, oggi le società tech hanno bilanci molto più solidi e possono vantare elevati margini operativi oltre che, idealmente, attuare costantemente piani di buyback azionari. La crisi pandemica ha aiutato il settore a registrare un forte rialzo, poiché molte società hanno investito ancora più pesantemente in soluzioni IT. Per questo, oggi, il settore IT dovrebbe trovare posto anche in portafogli difensivi”.

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