Banche centrali: una nuova egemonia con quali conseguenze?

Evitando una spirale deflazionistica, la politica monetaria ultra accomodante, sta tenendo in vita delle società "zombie" che altrimenti sarebbero destinate a soccombere ma che hanno un costo...
15/09/2020 | Greta Bisello

Indici abitati da società non più redditizie. Questo il quadro che ci troviamo davanti quando guardiamo al contesto post pandemia.

"Alcuni secoli fa molte società iniziarono a utilizzare un modello capitalistico per allocare le risorse, un sistema in cui i produttori ricercavano ed entravano in concorrenza per accaparrarsi il capitale dei risparmiatori per finanziare progetti. Da allora, l'hurdle rate, ovvero il rendimento finanziario che motiva i risparmiatori a investire il proprio capitale, è stato fissato dal mercato" spiega Robert M. Almeida, jr. portfolio manager e global investment strategist di MFS.

Questa digressione storica è funzionale a comprendere cosa stia succedendo adesso. "In un mercato regolarmente funzionante, i bilanci statali deboli o le imprese con prodotti non competitivi hanno un costo del capitale molto diverso da quelli caratterizzati da un maggior vigore. In risposta alla pandemia di coronavirus, le banche centrali hanno sostanzialmente eliminato l'hurdle rate degli investimenti aprendo a chiunque la finestra dei prestiti e assegnando la massima priorità alla finanziarizzazione dei bilanci rispetto a ogni altra cosa" commenta l'esperto.

Dobbiamo pensare le società come fossero persone con un ciclo vitale definito, alcune più lungo di altre. Il capitalismo, per come lo abbiamo inteso fino ad ora, ha lasciato spazio all'egemonia delle banche centrali. Quali sono conseguenze? Secondo l'esperto di MFS: "Con la maturazione del ciclo economico, i trend di distruzione creativa accelerano, raggiungendo un picco solitamente durante le recessioni, quando i detentori di capitale vanno in cerca di migliori opportunità. Storicamente le recessioni hanno avuto carattere correttivo, spazzando via le società superflue con la conseguente rimozione dei relativi titoli dai benchmark di riferimento. Non è stato tuttavia il caso di questa recessione".

 

La figura qui sotto mostra il numero delle società che sono uscite dall'S&P 500 e dall'MSCI EAFE nel corso degli ultimi cicli su 12 mesi mobili. Le energiche misure di sostegno varate dai governi fanno sì che il tasso di uscita finora registrato sia a malapena paragonabile a quello delle fasi precedenti.

 

Le banche centrali stanno tentando di impedire che si inneschi una spirale deflazionistica. "Lungi dall'essere una critica, ma ostacolare il processo di selezione naturale dei mercati non può essere privo di costi. Prolungare la vita delle società che altrimenti avrebbero lasciato il campo ad altre aumenta il costo delle risorse per gli altri. Riduce inoltre i rendimenti finanziari, disincentiva i nuovi competitor e ostacola la concorrenza sui prezzi creando al tempo stesso inefficienze. Il risultato è una sovrabbondanza di risorse non produttive e una redditività del capitale inferiore" prosegue Almeida.

 

Anche se ogni ciclo economico è differente c'è uno schema che ritorna: le recessioni sono fenomeni che correggono gli eccessi del ciclo precedente. "Gli eccessi del ciclo post-crisi 2008 avevano esteso il credito a basso costo a società non competitive per compensare il deterioramento dei loro cash flow operativi invece di lasciare che gli squilibri venissero corretti. E ora la situazione è ancora più grave. In un tale contesto è compito dei gestori attivi eliminare dai portafogli le società non redditizie anche se queste ultime continuano a figurare nel benchmark di riferimento. Fare altrimenti potrebbe essere insostenibile" conclude il gestore di MFS.

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