Re dollaro, fine di un'epoca?

Nonostante l'indebolimento degli ultimi mesi, il ruolo del biglietto verde come valuta di riserva non è in discussione. L'analisi di GAM Investments
15/09/2020 | Paola Sacerdote

Tra il 20 marzo e il 31 agosto l'indice Bloomberg del dollaro USA (DXY) ha registrato una correzione di oltre il 10%, e da più parti questa è stata presentata come prova dell'imminente fine del dollaro come unica valuta di riserva al mondo - e dello status di superpotenza degli Stati Uniti. Secondo Julian Howard, lead investment director, multi asset portfolios di GAM Investments, se da un lato vi è la tentazione di dipingere un quadro di una imminente grande crisi del dollaro USA, dall'altro ci sono diverse ragioni per cui il ruolo del biglietto verde quale valuta di riserva non è per il momento in discussione.

 

"Gli Stati Uniti godono anche di una posizione privilegiata e consolidata del dollaro, che difficilmente verrà meno in tempi brevi" spiega Howard. "In primo luogo, un processo di dollarizzazione osservato negli ultimi decenni ha visto molti paesi e i loro risparmiatori allineati a vari livelli con il dollaro USA ai fini della stabilità e della riduzione dei costi di finanziamento". Da più parti è stato sostenuto che una minaccia più grave per il dollaro viene dal renminbi cinese, ma anche su questo Howard ha dei dubbi. "È vero che la politica aggressiva cinese ha garantito che la sua valuta sia ora utilizzata nel 25% del commercio cinese, mentre nel 2010 questo valore era prossimo allo zero. Tuttavia, la piena adozione globale del renminbi richiederà ancora la convertibilità, la liberalizzazione del conto capitale (cioè nessuna restrizione a portare il denaro fuori dal Paese), così come la stabilità e la fiducia nelle istituzioni finanziarie cinesi, compresa la sua banca centrale. Quest'ultimo punto è cruciale: la Fed è ben rispettata proprio perché è indipendente e negli ultimi anni ha combattuto le interferenze politiche. Questo non è semplicemente il caso della banca centrale cinese".

 

Invece, secondo l'esperto di GAM, il recente e modesto declino del dollaro USA (per gli standard storici) si spiega meglio con le forze di mercato a breve termine, in particolare "con i differenziali dei tassi di interesse. Dati due diversi tassi d'interesse per due mercati obbligazionari di alta qualità, gli investitori tenderanno a scegliere il tasso d'interesse più alto".

 

Se si accetta il fatto che i differenziali dei tassi di interesse esercitano una grande influenza su una valuta, allora è possibile fare alcune ipotesi intuitive su ciò che potrebbe accadere in seguito. "Alla fine di agosto, il presidente della Fed Jerome Powell ha debitamente annunciato che qualsiasi aumento dell'inflazione al di sopra del 2% sarà tollerato per brevi periodi di tempo. In altre parole, i tassi di interesse rimarrebbero bassi anche se l'inflazione ritornasse. Tuttavia, la Fed si è fermata prima di una piena "europeizzazione", escludendo fermamente i tassi di interesse negativi già a maggio, in contrasto con il "whatever it takes" della Banca Centrale Europea in risposta alla stagnazione dell'economia dell'Eurozona. Un po' più di debolezza del dollaro potrebbe essere possibile, tuttavia se la BCE persegue una politica dei tassi negativa ancora più profonda - e la retorica suggerisce un’apertura in questo senso - allora i differenziali si ribalteranno sicuramente a favore del Treasury statunitense e del dollaro USA".

 

Infine, conclude Howard, "va ricordato che gli Stati Uniti offrono agli investitori l'accesso a mercati e settori semplicemente non disponibili altrove. I potenti indici S&P 500 e Nasdaq 100, con le loro aziende innovative e il loro management di alta qualità, non si ritrovano facilmente in altre regioni. Inoltre, i Treasury statunitensi, sostenuti dalla piena fiducia e dal credito del governo americano, offrono la sicurezza richiesta dagli investitori istituzionali di tutto il mondo".

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