I Treasury salgono e il mercato si interroga

Dove possono arrivare i tassi dei titoli di Stato americani e quali conseguenze comporterebbero? La parola agli esperti...
15/03/2021 | Greta Bisello

I Treasury salgono e tornano a far parlare. La fiammata dell'1,6% ha risvegliato il mercato portando gli analisi a fare nuove considerazioni sull'attuale scenario. C'è però da fare qualche distinguo. 

 

Manuel Pozzi, direttore investimenti di M&G Investments spiega che: "Il rendimento “reale” dei Treasury a 10 anni resta negativo, 1,6% contro 2,2% circa, e le condizioni monetarie restano favorevoli. Solo sulle scadenze a 30 anni il rendimento è in linea con l’inflazione attesa. La Fed ha ribadito l’intenzione di mantenere una politica monetaria accomodante. Poiché il numero di occupati è inferiore di almeno 10 milioni rispetto ai livelli pre-crisi, ci potrebbero volere da 2 a 4 anni prima che la Fed inizi a cambiare rotta. Intanto, se il rendimento dei Treasury dovesse salire ancora, potremmo aspettarci ulteriori acquisti da parte della Fed. Le implicazioni sono un rendimento totale più interessante per i bond, emergenti e non, in dollari e probabilmente un maggiore potenziale di protezione dei Treasury, in caso di sorprese negative sulla crescita. Se da un lato, tassi più alti potrebbero implicare una riduzione dell’offerta di nuovi corporate bond, un buon segnale “tecnico”, d’altro canto essi comportano: condizioni finanziarie meno accomodanti, il che sarebbe un problema in caso di inasprimento della crisi; un dollaro un po’ più forte a parità di condizioni, che sfavorirebbe l’export americano e i Paesi emergenti fortemente indebitati in dollari; e multipli azionari minori, un chiaro freno per i mercati azionari che già viaggiano a multipli abbastanza elevati in America. Ad oggi, questo effetto si è visto soprattutto sulle azioni “bond-proxy”, in particolare i REITs e le utility. Tra i primi ci sono molte aziende che gestiscono infrastrutture digitali essenziali, come i data center o le torri di trasmissione di dati. Se i tassi si stabilizzassero, potrebbe aprirsi un’ottima opportunità su queste aree di investimento e sulle utility, in accelerazione verso la transizione verso energie rinnovabili. Infine, ricordo che la situazione attuale è diversa rispetto alle precedenti fasi di stretta monetaria: oggi la Fed è ostile a stringere e vuole accettare un’inflazione più alta per un po’ di tempo". 

 

Secondo Maud Minuit, head of fixed income, total return & cross asset di La Française AM "la variazione del rendimento del Treasury USA a 10 anni tra il punto più basso del 2020 (0,51% l'8 aprile), al culmine della crisi sanitaria, e il punto più alto raggiunto all'inizio dell'anno (1,52% il 25 febbraio), è di 100 punti base. Più della metà di questo movimento si è verificato nel 2021, quando gli investitori hanno iniziato a prevedere una rapida ripresa e un aumento dell'inflazione. Con l'eccezione del Regno Unito e della zona euro, il miglioramento delle prospettive macroeconomiche è sostanziale e può essere osservato nei dati recenti e nelle indagini sulle attività: questo miglioramento porta a revisioni al rialzo della crescita globale, guidata da Stati Uniti e Cina, così come all'aumento dei prezzi delle materie prime. Ciò sostiene le aspettative sull’inflazione, che sono salite sopra i livelli pre-crisi (curva swap euro e USA)!"

L’outlook a detta dell'esperto de La Francaise AM "è chiaramente positivo per quanto riguarda la domanda di petrolio, grazie al lancio dei vaccini e al massiccio piano di bilancio americano. Dal lato dell'offerta, la stretta è temporanea (a causa di guasti e scioperi in Libia, riduzione delle esportazioni russe, sostegno da parte dell'Arabia Saudita e rispetto degli accordi OPEC). I prezzi rimangono quindi alti in un contesto in cui la riduzione delle scorte continua negli Stati Uniti, nonostante la stagionalità positiva. Per mesi le banche centrali hanno confermato la propria posizione molto accomodante, ma dall’inizio dell’anno è iniziata ad aumentare la divergenza rispetto alle aspettative del mercato e ciò sta contribuendo all'aumento dei tassi nominali. Così, il mercato prevede un primo rialzo dei tassi della Fed a dicembre 2022 (nove mesi prima che non a gennaio); attualmente è ben al di sopra dei DOTS5, che saranno rivisti al prossimo meeting del 17 marzo. La Fed non prevede un rialzo dei tassi prima del 2024. Per quanto riguarda l'AIT6, il messaggio della Fed rimane invariato: un anno di inflazione superiore al 2,25% e un ritorno alla piena occupazione saranno necessari per aumentare le policy sui tassi".

 

Filippo Diodovich, senior strategist di IG Italia conclude aggiungendo che: "Le conseguenze sul mercato dell’aumento dei rendimenti statunitensi sono state molto significative, aumentando le vendite sulle piazze azionarie soprattutto sul comparto tecnologico. A inizio 2021 il rendimento del T-Note decennale si attestava allo 0,90%, a inizio febbraio all’1,10%;  abbiamo poi assistito ad una forte accelerazione rialzista, con picchi sopra l’1,60%, sulla scia delle attese degli investitori su un ritorno delle pressioni inflazionistiche e su una ripresa economica forte nel corso dell’anno. Il sell-off sui governativi statunitensi e il conseguente aumento dei rendimenti ha avuto un effetto notevole sui mercati azionari. Abbiamo osservato una forte correlazione negativa tra performance dei tecnologici statunitensi e andamento dei rendimenti del T-note a 10 anni. Crediamo che un aumento degli yields dei bond governativi abbia accelerato il processo di rotazione settoriale, spingendo i gestori dei fondi a riposizionarsi verso i titoli value rispetto a quelli growth, che avevano già raggiunto livelli troppo elevati".

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