Materie prime, la sostenibilità ago della bilancia

L’enfasi su un eventuale ‘supercycle' ha messo gli importanti target governativi di “zero emissioni” in secondo piano, ma solo temporaneamente. L’analisi di MainStreet Partners
03/05/2021 | Paola Sacerdote

Sebbene alcune materie prime giocheranno un ruolo chiave nel passaggio ad un mondo a basse emissioni di CO2, nei prossimi anni alcuni asset diventeranno obsoleti, ovvero “stranded” – una minaccia molto realistica di cui gli investitori dovrebbero essere consapevoli. E’ l’analisi di Pietro Sette e Liron Mannie, research analyst di MainStreet Partners.

 

Da inizio anno I prezzi delle materie prime sono in forte rialzo, ma secondo gli analisti festeggiare l'inizio di un ‘supercycle’ è “una semplificazione eccessiva che trascura l’avanzamento tecnologico e la diffusione delle fonti di energia green negli ultimi anni”.

 

In questo periodo di ripresa economica, proseguono gli esperti, “i governi stanno concentrando i loro sforzi sul ‘build back better’, ovvero finanziare posti di lavoro, progetti ed iniziative che apportano sia uno sviluppo economico, che uno sostenibile. Ma quali sono le materie prime che rappresentano le componenti fondamentali nelle tecnologie ‘green’? Il rame, ad esempio, è molto importante per auto elettriche e reti di ricarica, mentre il litio, grafite, nichel, manganese e cobalto sono molto utilizzati nelle batterie agli ioni di litio. Il palladio e il platino sono invece fondamentali per convertitori catalitici – usati per ridurre le emissioni nocive. Le turbine eoliche invece sono prodotte utilizzando acciaio, che è prodotto dal ferro. I pannelli solari, infine, richiedono l’utilizzo di argento”.

 

In questo elenco il grande assente è il petrolio. Dagli inizi di quest’anno, “il prezzo del greggio ha trovato supporto dalle incrementate aspettative di ripresa economica, ma anche da tagli di produzione e dalla resistenza delle società petrolifere nell’investire in nuova infrastruttura produttiva. L’ad di BP (ex British Petroleum) ha infatti di recente annunciato che secondo alcune stime interne, il petrolio ha già raggiunto il suo punto di picco, e che quindi troverà davanti a sé un progressivo, inesorabile, declino di domanda”. Un dato che se confermato contrasterebbe nettamente con le stime pre-Covid, che anticipavano il 2030 essere l'anno del "picco di domanda di petrolio".

 

Ma non tutte le speranze sono perdute per le compagnie petrolifere. Queste sono infatti davanti ad “un'opportunità storica, quella di trasformare il loro core business nella direzione dell’energia pulita. Senza dubbio, il rialzo dei prezzi del petrolio osservato da inizio anno fornisce loro maggiore respiro e liquidità per eseguire questa transizione”.

 

Gli analisti osservano che ormai sviluppare progetti in netto contrasto con i propositi dell'Accordo di Parigi, “porta inevitabilmente ad un crescente rischio finanziario per l’investitore. Man mano che il processo di decarbonizzazione globale andrà consolidandosi, la capacità generativa non ‘green’ che viene finanziata perderà, con ogni probabilità, tutto il proprio valore nell’arco di pochi anni (diventando un asset ‘stranded’)”.

 

Secondo molti player di mercato, il "reflation trade" di cui si parla da inizio anno supporta il trend al rialzo dei prezzi di molte delle materie prime che occupano un posto cruciale in un futuro a basse emissioni di CO2. A fare eccezione è, neanche a dirlo, il petrolio.

 

“Le dichiarazioni su un ‘supercycle’ possono apparire allettanti, solleticando la proverbiale fear of missing out (FOMO), ovvero la ‘paura di essere tagliati fuori’. Gli investitori più avveduti presteranno particolare attenzione ai piani di investimento delle grandi aziende petrolifere; se queste non saranno capaci di cogliere l’opportunità della transizione ‘green’, potrebbe presto palesarsi il momento giusto per rivedere l'allocazione dei propri investimenti” concludono gli analisti.

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