Le banche centrali su un terreno sconosciuto

Bert Flossbach spiega che “hanno probabilmente capito che una svolta dei tassi d'interesse veramente degna di questo nome è poco probabile”
25/08/2021 | Daniele Riosa

Il dibattito su equità e sostenibilità intergenerazionale non deve limitarsi alle prospettive climatiche, ma deve affrontare anche le prospettive economiche delle generazioni più giovani. Bert Flossbach, co-fondatore di Flossbach von Storch, spiega che “le banche centrali hanno probabilmente capito che una svolta dei tassi d'interesse veramente degna di questo nome è poco probabile”.  

“Il danno collaterale - argomenta il manager - sarebbe semplicemente troppo grande. Un aumento significativo dei tassi d'interesse farebbe crollare i prezzi degli immobili, delle obbligazioni e delle azioni, metterebbe a rischio la solvibilità delle imprese e dei governi e infine scuoterebbe le fondamenta del sistema bancario. Nessun banchiere centrale vuole correre questo rischio. Poiché non ci sono esempi storici di tassi d'interesse così bassi, per non parlare dei tassi negativi, le banche centrali stanno camminando su una linea sottile in un territorio sconosciuto. Vogliono evitare un crollo dei mercati finanziari senza rischiare un calo della fiducia nel valore del denaro".

"Questa linea sottile - rileva - si riflette nelle dichiarazioni del presidente della Fed, che vanno dalle rassicurazioni che le aspettative di alcuni governatori su un rialzo dei tassi di interesse entro la fine dell'anno o nel 2022, non vanno intese come previsioni, alla dichiarazione che la Fed monitorerà da vicino i rischi di inflazione e reagirà solo se ci saranno cambiamenti persistenti. Le ripetute osservazioni sul fatto che le previsioni sono in definitiva molto incerte sono state usate per giustificare l'uso di politiche orientate al ‘risultato’, che consistono nell'aspettare e osservare con calma gli sviluppi prima di agire”.

L’analista sottolinea che “prima di prendere in considerazione la possibilità di abbandonare la politica monetaria ultra-accomodante, sarà necessario attendere un’ulteriore ripresa del mercato del lavoro statunitense. Inoltre, l'uso di una politica fiscale espansiva, con un livello record previsto per il nuovo debito di circa il 15% del prodotto interno lordo (PIL), sta creando un boom economico che mira ad aumentare l'occupazione e i salari. Non ci si deve aspettare un'inversione di tendenza nella spesa. In base ai piani dell'amministrazione Biden, il deficit di bilancio non scenderà di nuovo sotto il 5% del PIL fino all'anno fiscale 2027. Senza l'aiuto del governo e il denaro a buon mercato, chiaramente non avremmo visto una ripresa tanto rapida dell’economia. Una volta che l'economia sarà tornata in carreggiata, dovrebbe però essere in grado di continuare da sola, senza stimoli fiscali”.

Tuttavia “questo tipo di deficit spending ‘a scopo preventivo’ sembra essere politicamente opportunistico finché rimane anche il minimo dubbio. Questo vale anche per i paesi europei, dove è molto improbabile che nei prossimi anni i deficit scendano di nuovo sotto il 3% richiesto dal trattato di Maastricht. Per evitare che questi grandi deficit pesino eccessivamente sul tesoro pubblico, le banche centrali devono aiutare i governi fornendo denaro a buon mercato. La politica fiscale fornisce la legna per mantenere il fuoco economico acceso, mentre le banche centrali forniscono l'ossigeno. Ma in realtà i volumi di denaro forniti nell’area euro sono stati limitati. Il programma di acquisto originale della BCE, il Public Sector Purchase Programme (PSPP), per esempio, prevedeva un limite del 33% sui titoli di stato ammissibili di un paese dell'eurozona. Tuttavia, questo tetto è stato di fatto rimosso quando la BCE ha implementato il programma di acquisto di emergenza pandemica (PEPP) e, secondo le nostre stime, per alcuni paesi è già stato superato. Sulla base del debito nazionale totale nell'eurozona, cioè includendo il debito degli stati federali e degli enti locali, la BCE detengono quasi il 21% del debito nazionale in circolazione. E questa percentuale continuerà ad aumentare se gli acquisti di obbligazioni continueranno come previsto”.  

“Di conseguenza – conclude Flossbach - ci stiamo lentamente avvicinando alla situazione del Giappone, dove il 39% del debito nazionale totale è già detenuto dalla banca centrale e, quindi, in ultima analisi, di proprietà dello Stato”.

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