Conflitto Russia-Ucraina, le implicazioni per gli investimenti

Quali sono i maggiori rischi per l’economia globale? Quali saranno gli effetti sugli asset? Quali ricadute potranno esserci, in particolare sul mercato italiano? Le risposte dei gestori ad AdvisorOnline
01/03/2022 | Paola Sacerdote

Quali saranno gli effetti delle sanzioni varate dall’occidente verso la Russia sull'economia globale, sui mercati finanziari internazionali e sugli investimenti? Quali asset corrono i maggiori rischi? Quali invece trarranno beneficio? Quali ricadute potranno esserci in particolare sul mercato italiano? AdvisorOnline ha rivolto queste domande ai gestori, ecco cosa ci hanno risposto.

 

“Le risposte economiche del mondo occidentale all'aggressione della Ucraina da parte della Russia, gigante militare, non economico, corrispondono fino a questo momento alla sua eccezionale gravità” spiega Filippo Alloatti, head of financials (Credit) per la divisione internazionale di Federated Hermes. “La Banca centrale russa non potrà usare gran parte delle proprie riserve di cambio (che ammontano a 643 miliardi di dollari, di cui 140 miliardi in oro a Mosca)”.

Tali sanzioni non dispiegano i loro effetti nella stessa misura verso l’Europa o gli Stati Uniti. ”Il Vecchio continente ne soffrirà di più, data la molto differente dipendenza ai combustibili fossili russi. Una netta flessione dell’attività economica rappresenta il rischio principale. Rinunciare in toto al petrolio russo proietterebbe il prezzo del barile verso nuove vette, addirittura ad un livello di circa 150 dollari al barile, secondo alcune stime. Col rischio di far impennare i prezzi al consumo e mettere l’economia in recessione e causare un revival della orrenda stagflazione degli anni Settanta, con aumento della disoccupazione e ripresa dei crediti inesigibili”.

 

I rischi di uno scenario di elevata inflazione e rallentamento della crescita economica è condiviso da Keith Wade, chief economist & strategist di Schroders. “Pensiamo che gli eventi di giovedì stiano portando l'economia globale in una direzione più stagflazionistica. Stiamo adeguando al rialzo le nostre previsioni di inflazione, mentre prendiamo al ribasso le nostre previsioni di crescita. Ci aspettiamo che l'Europa sia la regione che subisce il maggior impatto sia sulla crescita che sull'inflazione. A livello globale è probabile che gli effetti siano meno sostanziali poiché ci stavamo comunque dirigendo in una direzione stagflazionistica, dato che la tensione delle catene di approvvigionamento e dei mercati del lavoro è peggiore del previsto.

Riteniamo che gli Stati Uniti avranno un'inflazione leggermente più alta di quanto previsto in precedenza, ma saranno meno influenzati dagli eventi in Ucraina. Così anche la Cina e i mercati emergenti, anche se chiaramente se avremo una crescita economica leggermente più lenta del previsto, questi mercati ne risentiranno”.

Naturalmente, avverte Wade, "molto dipende dalla misura in cui l'Occidente viene coinvolto militarmente e se assistiamo a un'escalation seria e più prolungata del conflitto. È difficile vedere dove potrebbe finire uno scenario del genere".

 

Robert Lind economista di Capital Group, richiama l'attenzione sul tema dell’approvvigionamento energetico, e ritiene che il rischio principale per l’Europa sia un'eventuale interruzione della fornitura di gas russo. “Insieme all'aumento dei prezzi del petrolio, l'incremento dei prezzi del gas rappresenta uno shock negativo per le principali economie europee”. A suo avviso, ci sarà un maggiore sostegno fiscale poiché i governi cercheranno di proteggere i consumatori e le imprese dal rincaro dei prezzi. “La Banca Centrale Europea tuttavia, si trova di fronte a un dilemma politico ben più profondo, costretta a bilanciare l'elevata inflazione e i rischi di ribasso per la crescita”. Nel medio termine, secondo Lind l'Europa rimarrà quindi vulnerabile alle interruzioni delle forniture di gas, finché non potrà differenziare le sue fonti di energia. Tra i più esposti alle importazioni di gas russo, ci sono Germania e Italia, nonché alcune delle economie più piccole dell'Europa centrale e orientale.

 

Lind ritiene che eventuali interruzioni nelle forniture di gas in Europa e un aumento dei prezzi dell'energia potrebbero influenzare la politica in tre modi. “In primo luogo, mi aspetto che i governi europei aumentino il loro sostegno alle famiglie e alle imprese per proteggerle dal rincaro dei prezzi energetici, rafforzando le misure adottate negli ultimi mesi. Nello scenario peggiore, ossia gravi interruzioni nell'approvvigionamento e prezzi molto più elevati, i governi potrebbero dover ridurre la domanda di energia e compensare le aziende e i settori colpiti. In secondo luogo, il dilemma politico della BCE si aggraverebbe nel breve termine qualora un altro shock sul fronte dell'offerta aumentasse l'inflazione e indebolisse la crescita. “Dato il probabile aumento dell'inflazione, prevedo che la BCE confermi l'intenzione di mettere fine agli acquisti di asset e di aumentare i tassi di interesse, ma probabilmente procederà con cautela data l'estrema incertezza in merito ai prezzi dell'energia”. L'annuncio della Germania di non voler certificare il Nord Stream 2, ovvero il nuovo gasdotto tra Russia e Germania, non ha un impatto diretto sulla fornitura di gas in quanto non è operativo, ma se la Russia si vendicasse limitando le sue esportazioni verso l'UE, l'interruzione nella fornitura di gas in Europa potrebbe essere più ingente. Alla luce degli attuali livelli di scorte, le economie europee dovrebbero essere in grado di far fronte anche a una grave interruzione della fornitura nel breve termine, anche se Germania e Italia, i due maggiori detentori di riserve di gas, potrebbero essere costrette a ridistribuirlo ai Paesi più vulnerabili. “L'UE potrebbe inoltre incrementare le sue importazioni di gas naturale liquefatto. Sebbene, in genere, il mite clima primaverile riduca la domanda e i prezzi del gas, eventuali interruzioni nell'offerta potrebbero contribuire a mantenere i prezzi elevati”.

 

Francesco Lomartire, head of SPDR ETFs Southern Europe, State Street Global Advisors, sottolinea l’incertezza dell’attuale contesto. “L’assoluta imprevedibilità dell’evoluzione degli ultimi giorni della crisi geopolitica, il coinvolgimento contemporaneo di tanti attori e l’esposizione nei confronti della Russia non solo nel mercato dei capitali ma in quelli di approvvigionamento e di esportazione di beni e servizi rende molto complicato fare previsioni a medio e lungo termine circa l’impatto del conflitto e dell’efficacia delle misure messe in atto per arginare l’aggressione da parte della Russia”. Sicuramente gli attesi impatti inflattivi di un conflitto armato nel cuore dell’Europa avranno conseguenze sul mercato domestico dei paesi direttamente interessati dal conflitto ma anche nel resto del mondo considerato l’ingente export di materie prime e risorse naturali da parte della Russia. “Queste dinamiche avranno peso sui margini delle società che fanno largo utilizzo di materie prime così come su quelle che utilizzano massicciamente fonti energetiche non rinnovabili o combustibili fossili per produrre i propri beni. Si pensi all’aumento dei costi che dovranno fronteggiare le società dei settori dei beni di consumo di base e industriali sia sul fronte energetico che su quello delle materie prime, anche di tipo agricolo, necessarie alla trasformazione dei propri prodotti e alla possibilità di trasferire questi aumenti sui prezzi al consumo”. Lomartire ricorda infatti che il contesto su cui si innesta questa crisi è stato già reso difficile dagli aumenti conseguenti alla pandemia che sia gli operatori che le autorità politiche e monetarie cercavano di fronteggiare”

 

Come orientare le scelte d’investimento in questo quadro così complesso? “Gli investitori avevano iniziato l’anno con delle attese di inflazione elevata, con attenzione ai titoli value e a quei settori con le migliori attese di crescita degli utili mantenendo in generale buona propensione al rischio azionario. Lo scoppio del conflitto potrebbe mettere in discussione alcune di queste scelte, ma al momento è difficile immaginare che abbandonino settori difensivi come quello sanitario o quelli con maggiore prospettiva di utili come quello energetico visto che entrambi sono di grande attualità in questa fase” evidenzia Lomartire.

 

“I timori circa una possibile escalation del conflitto russo-ucraino rischiano di condizionare pesantemente l’andamento dei mercati azionari” aggiunge Giacomo Tilotta, head of european equity di AcomeA SGR. “In primis, l’impatto negativo è dato dall’incertezza associata alle questioni geopolitiche, in particolare a questo conflitto, la cui mancata chiarezza porta gli investitori ad un atteggiamento di prudenza, innescando oltremodo degli eccessi di volatilità”. In questa situazione, avere un cuscinetto di liquidità è sicuramente un fattore importante a protezione del portafoglio, da sfruttare in maniera graduale e in controtendenza, nei momenti in cui si verificano degli eccessi di negatività. “D’altro canto, questo conflitto mette in evidenza gli errori politici fatti in tema di politica energetica europea, vista l’elevata dipendenza dalle forniture di gas russo”. Tutto questo secondo Tilotta porterà inevitabilmente l’Europa a rilanciare gli investimenti su una diversificazione delle fonti di approvvigionamento, puntando maggiormente anche su quelle locali. “Nelle scelte di portafoglio, questo ci porta a privilegiare quei titoli/settori fortemente dipendenti dagli investimenti nelle infrastrutture energetiche in un’ottica di medio/lungo periodo, come il settore della difesa (con titoli come Leonardo, BAE Systems, Thales) e quello delle infrastrutture (es. Prysmian)”.

 

Quanto invece agli asset che potrebbero risentire maggiormente della crisi, Alloatti evidenzia che gli effetti di secondo ordine legati ad un eventuale contesto stagflattivo potrebbero essere particolarmente pericolosi per il settore finanziario italiano, mentre non si aspetta ripercussioni eccessive legate all’esposizione agli asset russi. “La sola banca ad avere una importante esposizione verso la Russia è UniCredit, con circa il 5% del portafoglio prestiti. Finanziata da depositi locali - va detto - resta un’esposizione contenuta a livello di impatto sul capitale.” In generale tuttavia secondo Alloatti la risposta del mercato azionario non conforta, passato da “nessun problema” a una reazione ben oltre le due “mini-crisi” registrate ad ottobre 2014 (Crimea) e ad aprile 2018 (sanzioni a Rusal). “Ci chiediamo se gli investitori abbiano già assunto un approccio “risk-off” conclude.

 

 

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