Biodiversità, private equity e private debt in pole

Alix Chosson di Candriam spiega che "dal punto di vista dell'investitore, è molto difficile trovare società quotate focalizzate specificamente sulla biodiversità. Siamo ancora in una fase iniziale, sia in termini di azione che di divulgazione"
27/06/2022 | Daniele Riosa

“Dal punto di vista dell'investitore, è molto difficile trovare società quotate focalizzate specificamente sulla biodiversità. Siamo ancora in una fase iniziale, sia in termini di azione che di divulgazione. Al contrario, nei mercati privati abbiamo visto fondi e finanziamenti in progetti di private equity e private debt finalizzati al ripristino degli ecosistemi che stanno facendo un ottimo lavoro nel generare e fornire una valutazione molto chiara dei loro impatti positivi”. Lo spiega Alix Chosson, senior ESG analyst and climate & environment Specialist di Candriam, che sottolinea come ci sia bisogno “di azioni e regolamentazioni da parte dei governi”.

Che ruolo ha la biodiversità nelle nostre economie?
“La biodiversità è fondamentale per la vita sul nostro pianeta, ma svolge anche un ruolo centrale per le nostre economie. Tuttavia, è molto difficile valutare le esternalità positive offerte liberamente dalla natura. Attualmente, l’unico modo che abbiamo per stimare questo valore è considerare l’impatto della perdita di un beneficio prodotto dall’ecosistema, che deve poi essere sostituito da azioni umane. È stato stimato che il valore della biodiversità, in termini di benefici generati dagli ecosistemi, è pari a 120mila-130mila miliardi di dollari all'anno, ovvero 1,5 volte il PIL mondiale. Attualmente stiamo assistendo a una drastica perdita di biodiversità a un ritmo e a una portata mai visti nella storia dell'umanità. Per dare qualche numero, secondo il Living Planet report del WWF, le popolazioni di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci sono diminuite in media del 68% negli ultimi 40 anni. Nello stesso arco di tempo, il 75% dei terreni è stato alterato in modo significativo dall'attività umana e il 90% delle zone umide, fondamentali per la biodiversità e il clima, è andato perduto. Questa perdita ha già avuto e avrà un impatto sempre più significativo sulla nostra capacità di nutrirci, di combattere il cambiamento climatico e di vivere in modo sostenibile. La causa principale della perdita di biodiversità è di gran lunga il cambiamento nell’utilizzo del suolo e del mare, dovuto alla conversione del territorio, al degrado e alla modifica degli ecosistemi, nelle forme della deforestazione, dell’artificializzazione del suolo, dell’invasione di ecosistemi incontaminati. Lo sfruttamento eccessivo di animali, pesci, alberi e piante è il secondo fattore di perdita di biodiversità. Da qui si evince che il principale impatto dell'uomo sulla biodiversità è direttamente collegato al modo in cui ci nutriamo”.

Qual è il settore che ha l’impatto maggiore sulla biodiversità? Cosa stanno facendo le aziende in questo senso?
“Il settore alimentare è quello che ha l’impatto maggiore sulla biodiversità. È anche quello che ne dipende maggiormente. Infatti, quando pensiamo alla biodiversità dobbiamo considerare sia gli impatti sia le dipendenze, con un approccio di doppia materialità. Da un lato infatti si può avere un impatto sulla biodiversità con le attività umane (ad esempio, la deforestazione) ma dall’altro si può anche dipendere da essa (ad esempio, per l'accesso all'acqua). L'agricoltura, in particolare, è responsabile di circa il 40-50% dell'impatto sulla biodiversità. La maggior parte delle aziende ha iniziato a focalizzarsi e ad agire sul proprio impatto e sulla propria dipendenza dalla biodiversità, anche se non sempre da ciò ne consegue un approccio o una politica dedicata. Infatti, se le aziende non integrano questi fattori nella loro strategia e nelle loro operazioni, questo può avere un impatto diretto sulle loro attività e minare la loro licenza ad operare. Alcuni settori sono più maturi di altri nella comprensione e nell'integrazione degli impatti sulla biodiversità. Non sorprende che i settori che hanno gli impatti più negativi e le dipendenze maggiori siano in genere quelli che hanno lavorato prima e più approfonditamente sulla valutazione della biodiversità. Dipende anche dal paese in cui si opera e in particolare dai requisiti legati al processo di autorizzazione ambientale. In generale, però, tutte le aziende e tutti i settori devono fare molto di più sia in termini di integrazione della biodiversità nelle loro attività sia in termini di reporting. A questo proposito, la regolamentazione sarà fondamentale per portare a un miglioramento in tal senso”.

Esiste un'economia in crescita intorno alla biodiversità? Cosa si può fare per risolvere la crisi della biodiversità?
“Dal punto di vista dell'investitore, è molto difficile trovare società quotate focalizzate specificamente sulla biodiversità. Siamo ancora in una fase iniziale, sia in termini di azione che di divulgazione. Al contrario, nei mercati privati abbiamo visto fondi e finanziamenti in progetti di private equity e private debt finalizzati al ripristino degli ecosistemi che stanno facendo un ottimo lavoro nel generare e fornire una valutazione molto chiara dei loro impatti positivi. Il problema attuale è che non abbiamo metriche comuni per valutare la biodiversità. Ad esempio, c'è una discrepanza tra le metriche utilizzate dagli investitori e dalle aziende. Mentre alcuni investitori stanno iniziando a utilizzare modelli e metriche basati, ad esempio, sul Global Biodiversity Score (GBS) , che traduce le pressioni sulla biodiversità in msa.km2 (abbondanza media di specie), l’attività di reporting di molte aziende rimane molto parziale e semplicistica. Generalmente, le aziende rilasciano l'elenco delle iniziative o dei progetti che si trovano in prossimità o all'interno di aree protette e i vari progetti che hanno messo in atto, ma non una valutazione completa dei loro impatti e delle loro dipendenze dalla biodiversità. Ecco perché è meglio prendere con cautela le affermazioni entusiastiche sulla ‘biodiversità netta positiva’, quando stiamo ancora lottando per trovare modi pertinenti e completi per valutare gli impatti della biodiversità. Una delle principali complessità è che la biodiversità è una questione locale, contrariamente al clima i cui impatti possono essere valutati più a livello globale. Per condurre una corretta valutazione sulla biodiversità, è necessario conoscere l'esatta ubicazione delle attività delle aziende e, se possibile, della loro catena di approvvigionamento. Di nuovo, c’è la necessità di avere più dati a livello di asset da parte delle aziende, un requisito fondamentale anche per valutare i rischi fisici legati al clima. I mercati da soli non saranno in grado di risolvere la crisi della biodiversità. Abbiamo bisogno di azioni e regolamentazioni da parte dei governi che obblighino gli investitori e le aziende a rendicontare l'impatto e la dipendenza dalla biodiversità. È inoltre necessario che i governi forniscano incentivi finanziari per rendere economicamente redditizi i progetti di conservazione e ripristino della biodiversità. Tutti gli occhi sono quindi puntati sulla COP15, che è stata a lungo rimandata e che, ci auguriamo, raccoglierà finalmente la volontà politica e lo slancio necessari per riportare il nostro pianeta sulla strada giusta. Come per il clima, è in gioco il futuro dell'umanità”.

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