Gestore della settimana: "Rischio politico protagonista anche nel 2019"

John Praveen, portfolio manager del team global multi-asset solutions di QMA (Pramerica Financial), spiega quanto possano incidere le scelte di Trump sui mercati con l'avvicinamento della campagna elettorale
25/02/2019 | Redazione Advisor

Il rischio politico ha ricoperto un ruolo importante nel 2018, sarà ancora così nel 2019? Quanto inciderà sulle scelte di Trump e quindi sui mercati l'avvicinamento della campagna elettorale? Ecco la view di John Praveen (nella foto), portfolio manager del team global multi-asset solutions di QMA (Pramerica Financial).


Quanto Trump riproporrà il tema della Trade War?
Il rischio politico ha sicuramente influenzato pesantemente i mercati nel 2018. Il mercato azionario statunitense ha riportato una flessione del 6% nel 2018 nonostante una crescita ragguardevole del PIL (3%) e utili societari brillanti (25%). I fattori determinanti sono stati, in larga misura, il ciclo di rialzo dei tassi intrapreso dalla Fed, l’escalation delle tensioni commerciali fra Stati Uniti e Cina e altri fattori di incertezza a livello globale, in particolare lo stallo sulla Brexit. Ciò nonostante, con l’inizio del 2019 i rischi e i venti contrari sul fronte politico si sono attenuati in seguito alla temporanea sospensione dei rialzi dei tassi da parte della banca centrale americana e all’avvio di trattative commerciali fra Stati Uniti e Cina. Potrebbe essere verosimile un accordo commerciale fra USA e Cina soprattutto se Trump decidesse di mettere a segno una vittoria politica simbolica, anche in vista delle elezioni che si terranno nel 2020. Inoltre, un accordo commerciale con la Cina contribuirebbe a sviare l’attenzione di questioni politiche interne, in particolare relativamente al finanziamento della costruzione del muro, all’indagine di Mueller e alla procedura di impeachment che i Democratici minacciano di intraprendere. Le tensioni commerciali potrebbero invece persistere nel caso in cui possibili contenziosi riguardanti il furto di proprietà intellettuale e i trasferimenti forzati di tecnologia dovessero precludere il raggiungimento di un accordo commerciale con la Cina.

Quale il ruolo della Fed alla luce dei recenti avvenimenti?
Dopo avere effettuato quattro rialzi dei tassi nel 2018, la Fed non ha incrementato i tassi in gennaio lasciando intendere che tale pausa potrebbe continuare per un periodo più prolungato. Il presidente Powell ha spiegato che le argomentazioni a favore di un rialzo dei tassi si sono indebolite. Questo atteggiamento più dovish è stato adottato dalla Fed in risposta al rallentamento della crescita globale, a un’inflazione sotto tono e all’inasprimento delle condizioni finanziarie. La Fed ha inoltre assicurato di essere disposta ad apportare aggiustamenti al proprio piano di normalizzazione del bilancio: il suo stato patrimoniale si è ridotto da oltre 4,2 trilioni a 3,9 trilioni di dollari. Considerata l’entità delle attuali passività della banca centrale, la dimensione finale del bilancio si colloca fra 3 e 3,5 trilioni di dollari. Al ritmo di riduzione attuale, il bilancio della Fed raggiungerebbe questo livello nel 2020. La Fed ha tuttavia sottolineato che sarà pronta a modificare il ritmo di normalizzazione del bilancio e la composizione dello stesso nel caso in cui le condizioni economiche dovessero richiedere una politica monetaria più espansiva.

Quale ripercussioni avrà l'effetto "Cina" sugli USA?
La crescita del PIL cinese ha subito un rallentamento nel 2018, portandosi al 6,6%, ed è prevista un’ulteriore flessione al 6,2%. É probabile che il rallentamento della Cina e le tensioni commerciali avranno ripercussioni sia dirette che indirette sugli Stati Uniti. Le ricadute dirette per gli USA saranno un rallentamento delle esportazioni che porterà a un ulteriore calo della crescita del PIL ed effetti negativi sugli utili delle società statunitensi, in particolare un calo del fatturato e un incremento dei costi dei fattori produttivi in seguito ai dazi. In ogni caso, poiché le esportazioni verso la Cina costituiscono una piccola percentuale del totale delle esportazioni statunitensi (7,4% delle esportazioni USA e 0,5% del PIL del Paese) è probabile che l’impatto diretto sugli Stati Uniti sarà relativamente limitato. Gli effetti indiretti sugli USA derivano invece dalle ricadute negative sulle esportazioni e la crescita del PIL di Europa, Giappone e altri mercati emergenti, effetti che potrebbero avere impatti ragguardevoli.

Quali le considerazioni sull’andamento dell’indice azionario americano e sulle prospettive degli utili in un contesto di crescita inferiore rispetto al passato?
La crescita del PIL statunitense è stata solida nel 2018 con un tasso del 3%, ma si prevede una flessione nel 2019 a un più modesto seppur ragguardevole 2,5% con l’esaurirsi dello stimolo fiscale, l’impatto ritardato degli incrementi dei tassi da parte della FED e il rallentamento della crescita globale. Una recessione appare tuttavia improbabile. Dopo aver messo a segno una crescita del 25% nel 2018, ci si aspetta che gli utili delle società statunitensi subiscano un calo nel 2019 quando si assesteranno intorno al 5% per effetto dell’incremento dei costi della produzione, del rallentamento della crescita del PIL, della riduzione degli acquisti di azioni proprie da parte delle società e dei minori ricavi previsti nella maggior parte dei settori, in particolare i settori energetico (-7%), tecnologico (-1%) e finanziario (9%). Tuttavia, le valutazioni delle azioni statunitensi hanno visto un miglioramento nel 2018 in quanto la flessione del mercato e la forza degli utili hanno determinato un abbassamento dei multipli P/E creando le condizioni per un’espansione dei multipli stessi. L’azionario USA è previsto in ulteriore ascesa nel 2019 man mano che l’espansione dei multipli P/E, resa possibile dalla pausa della FED e da un accordo commerciale fra Cina e Stati Uniti, andrà a compensare il rallentamento della crescita del PIL e la contrazione degli utili.

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