Boggio (Jupiter AM): l'Italia mercato interessante ma molto competitivo

Per questo, secondo l'head of continental Europe e country head per l’Italia, deve essere affrontato con investimenti seri, con professionalità, mentalità imprenditoriale, convinzione, volontà di esserci per rimanere.
04/11/2020 | Marcella Persola

Il 10 novembre prossimo si terrà l’ultimo degli appuntamenti della serie di eventi virtuali “The Big Picture Series” organizzati da Jupiter Asset Management. Abbiamo incontrato Andrea Boggio, head of continental Europe e country head per l’Italia di Jupiter per fare il punto su queste iniziative e parlare di come il risparmio gestito sia riuscito ad essere resiliente alla pandemia.

 

Come sono nate le iniziative della serie “The Big Picture”?

In generale il nostro intento era quello di dimostrare vicinanza ai clienti in un contesto nel quale la relazione con essi risultava difficile, in tutta la filiera che interessava il mondo del gestito. Abbiamo voluto creare una comunicazione efficace ed efficiente che riflettesse molto bene una caratteristica di Jupiter, ossia la coralità di visioni ed idee, a volte anche divergenti. Come sapete noi non abbiamo una view della casa che condiziona l’operato dei nostri gestori. Gli eventi hanno sfruttato questa nostra expertise. Abbiamo messo a confronto diversi gestori, su un tema specifico e lasciato il dibattito aperto. L’intento non era tanto aggiornare la platea sul nostro posizionamento, quanto condividere delle idee di investimento con un intento educational. Siamo stati contenti del riscontro ottenuto, della partecipazione dell’audience. Anche perché l’utenza, penso ai consulenti finanziari oppure ai clienti discretionary, è stata “bombardata” da inviti per webinar, webcast e altri eventi virtuali. Il successo della nostra iniziativa testimonia che abbiamo scelto il format giusto, i temi di maggiore interesse per gli investitori e anche gli attori giusti per affrontarli.

 

Il mondo del gestito continua il processo di consolidamento. Recentemente Morgan Stanley Investment Management ha acquisito Eaton Vance, così come nel passato ci sono state altre acquisizione, penso a Franklin Templeton e Legg Mason o Jupiter con Merian Global Investor. È un processo inesorabile, che continuerà?

Sono abbastanza convinto che seguiranno altre operazioni, anche in Italia ci sono rumors relativi ad acquisizioni nel nostro ambito. Non mi stupisce, l’Italia è un mercato maturo quindi meritevole di acquisizioni. Quello sul quale è necessario riflettere, e che la storia ci ha insegnato è che il successo di queste operazioni è determinato dall’avere una mentalità e una cultura comune. Spesso si è pensato che l’essere complementari, ad esempio, nella gestione, potesse essere sufficiente. Invece abbiamo visto che è la cultura condivisa che rappresenta il fattore determinante. D’altra parte come si può far convivere, ad esempio, la mentalità americana più pervasiva e specializzata con quella europea o anglosassone più tradizionalista? Con approcci alla gestione differenti? Indubbiamente in questi anni le aggregazioni hanno portato dei vantaggi, non solo in termini di economie di scala, ma hanno proprio contribuito alla polarizzazione del mercato dell’asset management costituito principalmente da una parte dai grandi player o delle istituzioni specializzate, e dall’altra realtà molto piccole, delle vere e proprie boutique dove l’ambizione non è diventare un colosso, ma fare bene nella propria nicchia. La dimensione media è quella invece nella quale si fa più fatica e quindi è più oggetto di acquisizione, o quella nella quale ci sono più predatori.

 

Per gli operatori esteri il mercato italiano è ancora così interessante?

Assistiamo continuamente a nuovi tentativi di ingresso nel mercato italiano, alcuni dei quali non sono stati dei veri e propri successi. C’è chi pensa che il mercato italiano sia molto affollato, lo pensavo anch’io ma visti i continui tentativi da parte di diversi player, probabilmente continua ad essere interessante. Certo è che si tratta di un mercato ad alta competizione, quindi che deve essere affrontato con investimenti seri, con professionalità, mentalità imprenditoriale, convinzione, volontà di esserci per rimanere. Ad esempio, ho qualche perplessità su chi decide di seguire il mercato italiano, senza avere una sede in loco, se penso ai casi di successo tra questi sono tendenzialmente pochi e si tratta principalmente di case di investimento o mono-prodotto o dedicate al canale discretionary quindi un canale professionale. Indubbiamente il mercato italiano per le sue caratteristiche, vedi il quantitativo di ricchezza privata posseduta, fa gola a molti. Ci sono due elementi che lo rendono molto appetibile, la ricchezza privata e il basso indebitamento delle aziende. Noi operatori del gestito siamo naturalmente più interessanti al primo aspetto, anche perché vediamo come le cifre depositate, la liquidità nei conti correnti sia veramente enorme e continui a crescere. Questo ingolosisce ulteriormente gli asset manager perché tutto questo risparmio può essere trasformato in risparmio gestito. E vediamo che la quota di gestito sul risparmio totale è ancora contenuta, quindi ha delle potenzialità di crescita interessante.

 

Quindi non è preoccupato dell’impatto della pandemia sul risparmio gestito?

Credo che il risparmio gestito non ne risentirà ulteriormente perché la parte più grossa della crisi legata al Covid-19, credo e lo auspico, l’abbiamo già passata. Guardando ai dati vediamo come il mercato del private banking e quello del wealth management siano continuati a crescere. Il nostro mercato si concentra su quelle fasce dove quindi la crisi non è stata percepita. Inoltre, in questa crisi abbiamo assistito a una forte divergenza. Ci sono settori, imprevedibilmente, che hanno fatto benissimo, aziende che in due mesi hanno registrato il fatturato di un anno, pensiamo alle big tech, biotech, e-commerce. Aziende invece che loro malgrado hanno perso tutto, penso al settore dei viaggi, il tutto senza poter fare nulla. Radiografata dal punto di vista settoriale questa crisi è stata marcatissima, bastavano lievi scommesse o esposizioni dalla parte sbagliata e poteva rivelarsi un bagno di sangue. In media non lo è stato. Anche grazie al mercato che è tornato su livelli inaspettati e grazie anche alle politiche monetarie che hanno immesso forte liquidità. Inoltre dobbiamo riflettere sul fatto che l’industria ha raggiunto una certa maturità e che oggi proprio grazie a questo fattore i portafogli degli investitori fossero in grado di reagire, molto meglio rispetto a quanto accaduto nel 2008, o nel 2001, alle scosse del mercato. Insomma tutta l’education svolta dal mercato e dalla distribuzione sul fatto che il portafoglio è non il market timing, sembra essere servita.

 

Oggi stiamo assistendo a una recrudescenza del virus. Sarà anche così per i mercati?

È difficile da dire. Anche se credo che non torneremo a livelli di febbraio e marzo. Noi siamo partiti da un inizio anno che era caratterizzato da grande ottimismo in modalità risk-on, poi abbiamo passato dei mesi in cui i clienti viste le notizie che circolavano volevano uscire dalle proprie posizioni, lo vedevamo ad esempio dall’aumento dei flussi nei fondi monetari, nonostante i bassi tassi di interesse. E poi come dicevamo hanno iniziato a delinearsi delle opportunità ben specifiche che potevi cogliere solo se opportunamente supportato. Si è discusso a lungo di quale forma potesse avere la ripresa e siamo arrivati alla conclusione che avrà una forma non a U, non a Y ma a K. Io sono convinto che nonostante la recrudescenza del virus oggi il timore più grande è il tema deflazione, citando Ariel Bezalel, quindi non vedo all’orizzonte una crisi fortissima se non localizzata e dipendente da risposte monetarie fiscali e monetarie. Non andiamo comunque verso un altro febbraio.

 

La crisi ha avuto però anche dei risvolti positivi. L’accelerazione cioè di alcuni temi, ESG, digitalizzazione. Cosa ne pensa?

Mi trovo d’accordo soprattutto sugli ESG. La crisi ha finalmente “sdoganato” questo modo di approcciare gli investimenti, che prima erano considerati una moda e una nicchia di mercato. Oggi questo approccio abbraccia tutto il mondo dell’asset management e rispetto a poco tempo fa dove questo rappresentava uno dei fattori dell’allocazione, oggi ne è diventato il fattore più importante. Il fatto inoltre che questo elemento sarà anche oggetto di regolazione da parte della UE e che nella disclosure dei prospetti si dovrà indicare non solo gli standard dei prodotti ma anche quelli dell’azienda mi sembra un bel passo in avanti. Devo dire che la crisi ha accentuato anche altri elementi. In particolare il fatto di dedicarsi molto ai settori e alla specializzazione e non più alle macro-asset class, e questo avrà un impatto forte sul mercato italiano, dove ogni giorno nascono centinaia di fondi specializzati, ma che i nostri asset allocator fanno fatica ad allocare. Quindi noi continuiamo a vedere portafogli dei clienti nei quali i temi, i settori, e le singole specializzazioni sono poco presenti. Si continua a fare asset allocation con metodi tradizionali e quindi tutto questo valore viene un po’ sprecato. All’estero ciò non accade. Lì c’è molta sperimentazione e ricerca di nuovi mondi.

Hai trovato questa news interessante?
CONDIVIDILA

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Vuoi rimanere aggiornato e ricevere news come questa?
Iscriviti alla nostra newsletter e non perderti tutti gli approfondimenti.