Foti: “No a fusioni, puntiamo alla crescita interna”

L’a.d. di Fineco svela le strategie della banca per il 2021. Noi preda? “Siamo contendibili: se qualcuno è interessato può farsi avanti”
12/01/2021 | Redazione Advisor

“La via maestra resta la crescita interna, non cambiamo l'approccio: siamo come un'azienda di operai specializzati concentrati nell'offrire i migliori servizi ai clienti e non partecipiamo al dibattito in corso, né alle indiscrezioni, su possibili fusioni e acquisizioni all'interno dell'industria italiana del risparmio”. Parola di Alessandro Foti, amministratore delegato di Fineco, che in un’intervista al Sole 24 Ore, spiega che “restiamo ben posizionati per cavalcare i principali trend strutturali in atto, che restano la digitalizzazione dei processi e la sempre maggior consapevolezza degli italiani di voler gestire il proprio risparmio in modo efficiente e che la crisi Covid ha semmai accelerato”.

Cosa ci dobbiamo aspettare invece dal 2021 appena iniziato? “Ci sorprenderà, come ogni anno. Ma le tendenze appena delineate non potranno che rafforzarsi, e aumenteranno anche i problemi strutturali delle banche tradizionali, costrette a rivedere il loro modello di business per tenerlo al passo dello sviluppo digitale. Impegnati in questo sforzo per la sopravvivenza, gli istituti di credito rischiano di allentare l'attenzione sulla clientela, noi siamo quindi pronti a intercettare i flussi di risparmio in uscita come abbiamo sempre dimostrato di saper fare. Ci aiuta anche il passaparola, che funziona in maniera potentissima, soprattutto nelle fasi di discontinuità”.

Foti si concentra sull’industria del risparmio gestito italiano e si aspetta che ci sia “maggior trasparenza. Non riesco a comprendere la miopia di alcuni operatori, che continuano a privilegiare la difesa di margini ormai non più sostenibili, utilizzando a questo scopo approcci non sempre trasparenti”.

E sulle commissioni di performance mette il gestito in guardia: “Fineco Asset Management non le applica al propri fondi e ne ha fatto un cavallo di battaglia. La questione è che la mancanza di trasparenza rischia di creare un danno anche alla stessa società italiana: trattenendo una quota dal risparmio delle famiglie, che rappresenta una delle risorse più preziose del Paese. Basti pensare che ogni punto percentuale sottratto a una ricchezza finanziaria disponibile superiore ai duemila miliardi di euro si traduce ogni anno in un ammontare che vale una manovra di bilancio, mentre in dieci anni si possono superare i 300 miliardi: una cifra che farebbe impallidire anche il Recovery Fund. Senza contare che una strategia poco trasparente rischia col tempo di minare anche lo stesso rapporto con i clienti, ed è sorprendente come non si riesca a comprenderlo”.

Fineco viene spesso indicata fra le possibili prede sullo scacchiere internazionale, la preoccupa? “Assolutamente no. Siamo una public company a tutti gli effetti, una delle poche in Italia, e per definizione siamo contendibili: se qualcuno è interessato può farsi avanti. Tutto ciò rappresenta uno straordinario valore, dato che avere un padrone inflessibile come il mercato, che chiede ritorni elevati e sostenibili nel tempo e non ha secondi fini, è anche la miglior garanzia per i clienti e per chi lavora nel gruppo. Anche per questo motivo non abbiamo alcun particolare interesse a svilupparci per linee esterne, perché distrarrebbe risorse e rallenterebbe la crescita organica”.

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