È il momento di uscire dal recinto dell’8%

Il possesso di strumenti di risparmio gestito continua ad essere concentrato ancora su una piccola quota di investitori.
25/08/2014 | Redazione Advisor

La ricchezza finanziaria degli italiani, alla fine del 2013, era pari a 3.200 miliardi di euro. Una parte di questa ricchezza è stata indirizzata verso l’industria del risparmio gestito. Dati alla mano, secondo le ultime rilevazioni di Assogestioni, da giugno 2012 a maggio 2014 il settore ha raccolto oltre 101 miliardi di euro, metà dei quali sono confluiti nelle casse delle SGR nei primi cinque mesi di quest’anno.
 

Con questi dati giungere alla conclusione che l’industria del risparmio gestito sia ormai lanciata verso una corsa al rialzo senza ostacoli sarebbe semplice, ma anche riduttivo. Se, infatti, è fuor di dubbio che il mercato dei fondi comuni stia conoscendo, ormai da quasi 24 mesi ininterrottamente, un periodo roseo e positivo, grazie soprattutto all’attività professionale e intensa svolta da consulenti finanziari (ex-promotori finanziari) e private banker, è anche vero che non dobbiamo fermarci al puro bilancio complessivo se vogliamo trasformare questo trend in una nuova fase di sviluppo e crescita per l’industria del risparmio gestito. 
 
 
Secondo i risultati emersi dall’edizione 2014 della Multifinanziaria Retail Market realizzata da GfK Eurisko, infatti, emerge che il possesso di strumenti di risparmio gestito continua ad essere concentrato ancora su una piccola quota di investitori, pari all’8% delle famiglie italiane. Un 8% che ormai da due anni continua a incrementare gli investimenti nel risparmio gestito. Un 8% di famiglie italiane che ha praticamente raddoppiato la quantità di prodotti detenuti in portafoglio aumentando in maniera importante la quota di fondi comuni posseduti: in pratica una buona parte degli oltre 100 miliardi di euro raccolti in 24 mesi sono frutto dell’attività svolta su questo 8% e non di nuova clientela. Questo dato, confermato da una recente ricerca di Assogestioni che rivela come i sottoscrittori di fondi comuni siano aumentati nel 2013 solo del 3% (a fronte di un aumento record delle masse gestite ormai superiori ai 1.400 miliardi di euro), rischia di tradursi in un boomerang per l’industria se gli attori del settore decideranno di accontentarsi e di non guardare al grande potenziale che si nasconde oltre questo 8%.
 
Oggi il 17% delle famiglie italiane sono affluent o top è evidente che, se anche tutti gli attuali clienti del risparmio gestito appartenessero a questa categoria di investitori, gli operatori del risparmio gestito dovrebbero ancora raggiungere metà della popolazione affluent e top che è ferma, in termini di investimento, su strumenti come i btp, le obbligazioni bancarie e altri prodotti lontani dalla logica del risparmio gestito.
Ma se anche l’industria raggiungesse questo 17% di famiglie italiane sarebbe comunque lontana dal massimo storico di diffusione del risparmio gestito: tra il 2003 e il 2004, infatti, la percentuale di famiglie italiane che dichiarava di detenere almeno un prodotto di risparmio gestito in portafoglio era pari al 23% del totale. Stiamo parlando di un dato tre volte più alto dell’attuale livello di penetrazione dell’industria del risparmio gestito. Un dato che va letto con la giusta dose di autocritica perché rivela che due terzi di coloro che negli ultimi dieci anni hanno conosciuto il risparmio gestito almeno una volta oggi lo evitano. Oggi dicono al risparmio gestito: “No, grazie”.
 
 
Delusi, depressi, insoddisfatti? Difficile dirlo, forse tutte e tre le motivazioni insieme. Di certo gli “ex-elettori” del risparmio gestito, oggi non rivotano per questa industria. Non ricomprano. 
Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà il problema non è il disamore verso il risparmio gestito, ma il calo della propensione al risparmio. Ma i dati emersi dalla Multifinanziaria Retail Market sembrano dire altro: se si considera anche la voce “amministrato”, la percentuale di famiglie che detiene almeno un investimento è pari al 26%; se invece si guarda al numero di famiglie che vantano asset investibili di almeno 10.000 euro, la percentuale di potenziali investitori sale al 45%; e se si considerano tutte le famiglie italiane che dichiarano di risparmiare (e quindi di avere possibilità di investire, magari anche quote minime) la percentuale di potenziali clienti sale al 55%.
 
È evidente che l’industria del risparmio gestito, forte anche del buon momento che sta vivendo, non può e non deve nascondersi dietro alla teoria del “non risparmio”, ma deve lavorare per coprire la distanza che separa l’attuale livello di penetrazione (8%) dal massimo storico raggiunto circa 10 anni fa (26%) e, magari, conquistare anche una quota di quel 55% di famiglie che oggi dichiarano di risparmiare.
 
Gli italiani non hanno perso l'abitudine a risparmiare, ma non hanno motivazioni per andare verso il risparmio gestito. L’industria non è ancora riuscita a sedurli. Ha mantenuto i fedelissimi ma non riesce ad uscire da quel recinto che separa il settore da nuove praterie di investitori potenziali che devono essere stimolati nel desiderio di investire, devono essere guidati e accompagnati nella costruzione di un progetto, devono essere invogliati a investire a veicolare i risparmi verso nuovi progetti, di qualunque natura e vicini alle loro grandi e piccole esigenze, presenti e future. 

Hai trovato questa news interessante?
CONDIVIDILA

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Vuoi rimanere aggiornato e ricevere news come questa?
Iscriviti alla nostra newsletter e non perderti tutti gli approfondimenti.