Risparmio gestito, i 9 mesi che hanno "inceppato" l'industria

Persi 9 miliardi di euro. Nonostante l'andamento positivo dei mercati azionari. Quali sono le cause di questa frenata? È davvero tutta colpa della MiFID 2?
27/07/2019 | Francesco D'Arco

Tempo di bilanci per l'industria del risparmio gestito italiano. Ma questa volta il bilancio non è positivo. Se si analizzano i dati forniti da Assogestioni tra gennaio e giugno 2019 emerge un saldo semestrale “reale” negativo per 4,75 miliardi di euro (i +48 miliardi indicati nella tabella mensile diffusa dall’associazione sono influenzati dall’operazione interna del gruppo Poste Italiane che ha fatto rientrare a gennaio, nel perimetro Assogestioni, circa 53 miliardi, ndr).

 

Parliamo di un saldo inferiore di circa il 150% rispetto ai +9,78 miliardi registrati tra gennaio e giugno del 2018. Ma soprattutto bisogna risalire al 2012 per registrare un primo semestre negativo (-7,8 miliardi di euro). Se a questi deflussi aggiungiamo i -4,11 miliardi persi dall’industria alla fine del quarto trimestre 2018 ci troviamo di fronte a un settore che, dopo circa 6 anni di raccolte semestrali record, deve fare i conti con 9 mesi negativi: -8,86 miliardi tra inizio ottobre 2018 e fine giugno 2019.

 

In queste circostanze quasi subito si cercano le cause della battuta d’arresto nei mercati e, solitamente, i numeri relativi all’andamento degli indici di borsa sembrano confermare queste teorie. Nel 2012, ad esempio, il primo semestre si chiuse per il Ftse MIB con una perdita di 6 punti percentuali. Il mondo economico-finanziario si stava scontrando con il panico relativo al futuro di PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), e si iniziava a parlare con insistenza della fine dell’euro. Poi arrivo il governatore della BCE Mario Draghi con il suo famoso “whatever it takes”, che si tradusse nel quantitative easing e in una svolta per il sentiment degli operatori. Svolta che ridiede vita all’industria del risparmio gestito italiano che chiuse il secondo semestre 2012 sempre in negativo ma con numeri decisamente migliori rispetto ai primi sei mesi dell’anno (-3,8 miliardi, un miglioramento della raccolta di 4 miliardi, ndr) e che, soprattutto, si preparo alla grande “abbuffata” che partì con un +40 miliardi nel primo semestre 2013 e finì, è il caso di dirlo, con i +9,8 miliardi del primo semestre 2018.

 

Tutta colpa dei mercati, quindi? I numeri questa volta non sembrano aiutare questa tesi. Il primo semestre del 2019 ha visto il Ftse MIB cresce di 15 punti percentuali. E come il Ftse MIB anche altri indici azionari dei mercati sviluppati viaggiano a doppia cifra da inizio anno. A questo punto diventa inevitabile - e necessario - cercare altrove i motivi di questi deflussi. Cosa sta frenando l’industria? Quali sono i fattori che hanno determinato questo cambio di rotta? Potremmo forse elencarne un’enorme quantità, e forse tutti (o quasi) ragionevoli. Eppure rimane forte la sensazione che la grande variabile che sta destabilizzando il settore sia una sola: la MiFID II.

 

Come? Questa è una domanda che ad oggi non trova una risposta univoca. Qualcuno potrebbe indicare il tema costi come la principale causa dei deflussi, ma la riflessione si scontrerebbe con la tempistica: solo a partire dal mese di giugno i documenti “mifid compliant” sono giunti nelle mani dei clienti. Personalmente credo sia necessario guardare più attentamente alla relazione produttori-distributori. La direttiva europea, come abbiamo avuto modo di segnalare più volte, ha imposto numerose novità che hanno inciso, prima di tutto, sulla relazione tra reti ed SGR. Una relazione che, forse, non ha ancora ritrovato un nuovo equilibrio incidendo sull’andamento complessivo dell’intera industria. 

 

Una conclusione azzardata? Forse, ma di certo il modello “reti-SGR” al momento si è “inceppato” e visto che l’andamento dei mercati finanziari non sembra spiegare tale “frenata” ritengo sia importante e necessario da parte degli attori del mercato (reti, SGR, associazioni di categoria) porsi la domanda del perché di tali risultati, cercando, se necessario, nuove vie per continuare a crescere e non bruciare troppo rapidamente quanto guadagnato negli ultimi 6 anni.

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