MSCI boccia la Cina: un'occasione persa per molti gestori

Il ritardo dell'inclusione delle azioni di tipo A nel suo indice di riferimento sui mercati emergenti rispecchia la mancanza di fiducia nella trasparenza e nell'implementazione dei nuovi meccanismi
16/06/2016 | Massimo Morici

MSCI rimanda la Cina. Uno dei principali provider di indici di riferimento al mondo, basato negli Stati Uniti d'America, ha deciso di non includere ancora nei suoi benchmark sui mercati emergenti le azioni A quotate nelle borse cinesi, quelle denominate in yuan e scambiate nelle Borse di Shanghai e Shenzhen (quelle H sono scambiate a Hong Kong), in attesa di un miglioramento nell'accessibilità del mercato. Motivo? Troppo volatili, per la presenza massiccia degli investitori retail, senza contare le difficoltà all’accesso al mercato borsistico interno da parte degli investitori istituzionali internazionali.

"Ci sono stati significativi passi avanti verso un'eventuale inclusione delle azioni cinesi A nell'Msci Emerging Markets Index" ha detto Remy Briand, MSCI managing director and global head of research. Passi che dimostrano “un chiaro intento delle autorità cinesi a rendere l'accessibilità del mercato azionario di tipo A più vicino agli standard internazionali”, anche se gli investitori internazionali spingono per un’ulteriore accessibilità del mercato azionario. La decisione di MSCI di non includere questo tipo di azioni nell'ultima revisione degli indici è l’elemento più sorprendente dell’aggiornamento, secondo molti gestori, anche se restano questioni ancora irrisolte in Cina il limite del 20% imposto al rimpatrio del capitale secondo il programma QFII (“Qualified Foreign Institutional Investor”) e la necessità di approvazione preventiva per la registrazione dei prodotti (“clausola anti-competitiva”) dalle borse locali.

Per gli esperti sarà necessario anche del tempo per determinare l’efficacia dell’implementazione delle nuove regole sul meccanismo di sospensione dei titoli. Riforme finanziarie importanti, come la RQFII (“Renminbi Qualified Foreign Institutional Investor”) e i programmi “Connect”, così come il lancio dello Shenzhen Hong Kong Connect, non sono state prese in considerazione da MSCI nelle motivazioni a supporto della propria decisione. Il provider, invece, si è concentrato principalmente sul tema dell’accessibilità nell’ambito del regime QFII.

“Focalizzarsi solamente su questo aspetto potrebbe indirettamente riflettere le preoccupazioni strutturali di alcuni asset manager riguardo alla loro esposizione nell’ambito del programma QFII e in particolare riguardo alla loro possibilità di ridurre la leva delle proprie esposizioni. Negli USA, i programmi Stock Connect restano ancora inutilizzati dalla maggior parte degli investitori e, inoltre, la quota molto ampia assegnata agli Stati Uniti, 38 miliardi di dollari, nel regime RQFII è stata annunciata solo poco fa. Questo potrebbe significare che la maggior parte degli investitori basati negli Stati Uniti abbia in mente solo il programma QFII come possibilità di accesso al mercato cinese onshore” commenta François Perrin, gestore del fondo China Environmental di East Capital.

“Il ritardo dell’inclusione negli indici MSCI – prosegue Perrin - rispecchia la loro mancanza di fiducia nella trasparenza e nell’efficiente implementazione delle politiche in Cina. Queste preoccupazioni dovrebbero gradualmente attenuarsi man mano che la continua liberalizzazione del conto capitale cinese e l’ulteriore implementazione delle riforme finanziarie vanno avanti”. Ma oltre alla delusione, ci sono anche gli aspetti tecnici da tenere in considerazione che potrebbero impattare gli attuali portafogli di alcuni fondi esposti ai mercati emergenti: alcuni investitori stranieri, infatti, potrebbero essersi già posizionati nelle scorse settimane, in attesa dell’inclusione negli indici MSCI, tramite il programma Stock Connect, gli A-share ETF e i futures sugli indici A-share, anche se questi importi restano tuttavia marginali rispetto al turnover giornaliero del mercato onshore.

"Il riposizionamento degli scambi relativi a questa strategia event-driven avranno un impatto molto significativo sul mercato domestico sottostante” conclude Perrin. "Nonostante la decisione di oggi del MSCI, le A shares cinesi devono restare un'opportunità dato che gli investitori globali si preparano per la sua inevitabile inclusione nel MSCI Emerging Markets. Non è una questione di ‘se’, ma di ‘quando’ e l'annuncio di un lasso di tempo necessario per l’inclusione definitiva potrebbe avvenire presto, non appena le questioni in sospeso saranno risolte" aggiunge Mark Valadao, responsabile dei Portfolio Strategist per l’area Asia ex Japan, di State Street Global Advisors. "Quando le A share cinesi raggiungeranno la piena inclusione, il peso della Cina nell’indice rispetto ai mercati emergenti sarà come quello degli Stati Uniti rispetto alle economie sviluppate" conclude il gestore.

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