Consulenza, una sola differenza tra uomo e robot

Dall'ultima ricerca Consob sul Fintech emerge un’importante conclusione che deve essere presa in considerazione se si vuole impostare una adeguata strategia di digitalizzazione dell’offerta di consulenza: il fattore umano è vincente solo se...
10/10/2020 | Francesco D'Arco

Il 2020 si prepara al gran finale. L’ultimo trimestre sarà caratterizzato da diversi appuntamenti che avranno inevitabili conseguenze sul futuro dell’economia mondiale (e non solo). E il Covid continua a rimanere un protagonista minaccioso. In questo scenario l’industria della consulenza finanziaria ha mostrato con i fatti (e i numeri) di essere in grado di gestire rapidamente le crisi, di qualunque natura esse siano. Ma rimangono aperti diversi interrogativi che sono emersi in maniera importante nella prima metà di questo 2020, soprattutto nel periodo di lockdown. Su tutti penso al ruolo della tecnologia nel servizio di consulenza finanziaria.

 

Quello che sembrava essere un dibattito ormai focalizzato sulla diatriba “meglio un robo advisor o un consulente persona fisica”, negli ultimi mesi ha assunto toni differenti e, sempre più spesso, ci si chiede come integrare tecnologia e fattore umano. La risposta a tali quesiti è ancora lontana, ma a dare un nuovo ingrediente alla discussione arriva il settimo Quaderno sul Fintech realizzato dalla Consob, e reso disponibile a settembre, che indaga i comportamenti degli investitori più giovani quando hanno di fronte un robo advisor o un consulente persona fisica. 

 

In particolare, la ricerca della Commissione di Vigilanza valuta se la propensione di un individuo a seguire una raccomandazione di investimento cambia a seconda che il consiglio venga formulato da un consulente umano oppure da un robo advisor. I risultati ottenuti sembrano suggerire che la probabilità che un individuo segua una raccomandazione di investimento non dipende dalla natura del consulente (ossia prescinde dal fatto che il consulente sia fisico o digitale), bensì dal divario tra la scelta effettuata in autonomia prima di ricevere il consiglio e la scelta raccomandata dal consulente.

 

In pratica, la probabilità che l’investitore sia disposto a seguire le indicazioni del consulente (umano o robot) aumenta se il portafoglio consigliato coincide con quello precedentemente scelto in autonomia. Però, nei casi in cui la scelta autonoma differisce dalla raccomandazione ricevuta, i partecipanti sembrano più propensi a seguire i consigli del consulente umano e meno propensi a seguire i consigli formulati da un algoritmo. Sono tanti gli spunti che possono emergere dallo studio, molto approfondito, ma a mio avviso spicca un’importante conclusione che deve essere presa in considerazione se si vuole impostare una adeguata strategia di digitalizzazione dell’offerta di consulenza: il fattore umano è vincente se va oltre le conclusioni raggiungibili con un algoritmo. 

 

Questo non significa cercare per forza una soluzione differente da quelle proposte dai robo advisor, ma sviluppare competenze che permettano al “fattore umano” di validare quanto proposto da una macchina offrendo quella visione di lungo periodo capace di valutare, meglio di altre macchine, quella variabile che manda in tilt ogni algoritmo: l’emotività

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