Risparmio, tutela, crescita: il ruolo dei consulenti finanziari in Italia

Questo significa lavorare alla costruzione di un’immagine di un professionista, non solo necessario per la gestione personalizzata dei singoli risparmiatori, ma utile alla crescita del paese.
19/12/2020 | Maurizio Bufi*

Nei giorni scorsi il Presidente di Assoreti, Paolo Molesini, in occasione della presentazione al mercato del “Rapporto Eumetra” sul risparmio delle famiglie italiane, ha giustamente sottolineato l’importanza della consulenza come driver per la crescita del nostro paese. Lo ha fatto, soprattutto, focalizzando l’osservazione sul contributo dato, in termini di rendimento, ai portafogli gestiti in una cornice di consulenza, rispetto al costo della stessa e, conseguentemente, alla remunerazione degli operatori, siano essi gli intermediari o i consulenti finanziari.

 

Nonché, avendo ben chiaro che esiste un costo della “non consulenza”, misurato dalla diffusa presenza sul mercato di portafogli inefficienti, scarsamente diversificati e non finalizzati per obiettivi di investimento e step temporali; cioè le caratteristiche che sono alla base della pianificazione finanziaria e patrimoniale. Senza contare i danni che derivano dal “fai da te” e dalla gestione “emotiva” del proprio risparmio in condizioni di incertezza, simile a quella che stiamo sperimentando a causa della pandemia, ma che già si erano verificate più volte nel corso dei anni precedenti, seppur per cause diverse.

 

Osservazioni condivisibili e puntuali, che sono confermate dal dibattito sull’ingentissima massa di liquidità che giace sui conti correnti delle famiglie (ed anche di molte aziende), segno eloquente di una situazione di spiazzamento rispetto al futuro, anche prossimo, che francamente è difficile da biasimare. Rilevo, quindi, con piacere che anche l’associazione delle banche-reti per conto delle quali i consulenti finanziari operano, conferma quanto sia importante affermare l’importanza della “mission” svolta dalla nostra categoria, soprattutto nelle sue migliori pratiche, per valorizzare e capitalizzare la più importante risorsa di cui dispone l’Italia, cioè il risparmio nazionale.

 

Questo significa lavorare alla costruzione di un’immagine del consulente, non solo necessario per la gestione personalizzata dei singoli risparmiatori, soprattutto nel delicato passaggio di trasformazione in investitori, ma utile alla crescita del paese, contribuendo a rendere più robusti - o meno fragili - i portafogli delle famiglie. Famiglie che devono ancora metabolizzare i nuovi paradigmi dell’economia, della finanza, della tecnologia e del lavoro, così come gli scenari della società che ne conseguono.

 

Se poi tutto questo contribuisce anche alla crescita del PIL ed alla stabilità finanziaria delle finanze pubbliche, l’obiettivo è ancora più auspicabile. Quello che in questi stessi giorni proprio l’Anasf, in occasione della prima edizione digitale di Consulentia, ha messo in luce, attraverso una survey affidata a McKinsey, dalla quale sono emersi alcuni interessanti sviluppi della professione, in particolare rivolti a “promuovere la qualità della gestione e della consulenza, anche nell’ottica di sostenere una value proposition che vada oltre le sole performance”.

 

Io credo, è sono in buona compagnia nel farlo, che se un evento ci doveva confermare l’indirizzo lungo il quale far evolvere la nostra professione, questo è stato proprio l’insorgere della pandemia. Essa ha dimostrato, nella generalità dei casi, l’inadeguatezza nella gestione della risorsa “risparmio”, di fronte ai rischi immanenti e futuri che si scaricano sulla sfera della salute, della protezione del reddito e del lavoro, come mai prima d’ora, soprattutto nelle fasce di popolazione che, pur risparmiando, sono le più esposte a questi rischi.

 

Dovremmo cioè sempre più affermare e affrontare la nostra attività, coniugando la gestione della finanza personale in termini di risk management individuale e familiare. Questo comporterebbe benefici, non solo per chi la pone in essere, ma anche per la collettività, attraverso l’utilizzo di forme di protezione dai significativi danni economici, causati da rischi “estremi” (come la perdita del lavoro, imprenditoriale, autonomo o dipendente che sia, o il suo ridimensionamento), destinando i risparmi a tale scopo e utilizzando gli strumenti finanziari o assicurativi più adatti.

 

Senza contare il prezioso contributo che la nostra professione può dare sul versante previdenziale, in modo specifico per le classi anagrafiche più giovani. Esempi di “economia mista”, che vede la coesistenza di un ruolo pubblico, necessario e prevalente, affiancato da una gestione moderna ed efficiente del risparmio privato: in questo senso, quello del consulente finanziario può essere (anche) un vero e proprio ruolo “sociale”.

 

*Maurizio Bufi, Consulente Finanziario e socio Anasf

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