Gli italiani non cambiano idea: meglio il mattone dei fondi

Al massimo gli investimenti vengono dirottati su assicurazioni vita e gestioni patrimoniali. Ma le famiglie, in alternativa alla casa, preferiscono ancora...
31/10/2015 | Francesco D'Arco

Chissà se la notizia del collocamento dei Bot a sei mesi con un rendimento negativo ha intaccato le certezze degli italiani che, nonostante le numerose campagne dell'industria del risparmio gestito volte a far capire che oggi il porto sicuro non esiste più, continuano a definire titoli di stato, obbligazioni e risparmio postale come gli strumenti più affidabili. Questo almeno è il pensiero del 35% delle famiglie italiane che nel corso del 2015 si sono riavvicinati anche ad un altro vecchio amore: il mattone scelto da 1 italiano su 3 (29%). 

 

Questi sono solo alcuni dei numeri che Ipsos ha diffuso in occasione della 91° Giornata Mondiale del Risparmio organizzata dall'ACRI, ma sono già da soli sufficienti per evidenziare, nuovamente, la difficoltà di penetrazione dell'industria dei fondi comuni e del gestito in generale nelle case degli italiani. Quando, infatti, si parla di investimenti, secondo la ricerca, 2 italiani su 3 preferiscono ancora la liquidità e hanno ridotto di un punto percentuale l'esposizione in fondi comuni di investimento (ora ferma al 13%). Risultato: crescono gli investimenti in libretti di risparmio, passati in un anno dal 22 al 23%, e in assicurazioni sulla vita/fondi pensioni, saliti dal 24 al 25%.

 

Un trend confermato dai dati Assoreti che rivelano un exploit dei prodotti assicurativi e previdenziali nei primi tre trimestri del 2015: +10,6 miliardi di euro, praticamente il 50% dell'intera raccolta netta registrata dai consulenti finanziari (ex-promotori finanziari) da gennaio a settembre di quest'anno. Una raccolta netta che ha visto nel nono mese dell'anno i fondi comuni finire in territorio negativo, come già avvenuto nel mese di gennaio 2015. E, anche se il saldo annuale di questi strumenti è positivo per 3 miliardi di euro, risulta inferiore anche rispetto alle gestioni patrimoniali che in nove mesi hanno superato i 4 miliardi. 

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