Azimut, il "j'accuse" di Pietro Giuliani deluso dal mercato

L'idra a 5 teste? "Una scelta vincente". Il valore del titolo? "Una delusione". Il mercato? "O non ci capisce. O non ci conosce. O non considera i nostri risultati". Ma il presidente del gruppo assicura che...
23/03/2021 | Francesco D'Arco

Financial Times e, soprattutto, “il mercato”. A finire nel mirino di Pietro Giuliani, presidente di Azimut Holding, sono questi due soggetti che, secondo il fondatore della società nata nel 1989 e quotata dal 2004, hanno in comune pesanti errori di valutazione.

 

Il primo, il Financial Times, ha erroneamente definito, nell’aprile del 2019, la società un’idra a 5 teste. “Quando abbiamo presentato una governance con 5 amministratori delegati il quotidiano britannico ci definì un’idra a 5 teste” spiega Giuliani ricordando la critica mossa quasi due anni fa e che si fondava sulla convinzione che molte sarebbero state le discussioni e le difficoltà di gestione con tutti “questi amministratori delegati”. “Ma la prova che un modello di governance ‘così strano’ possa aiutare a raggiungere risultati importanti arriva dagli ultimi due bilanci: nel 2019 abbiamo registrato un utile netto di 370 milioni e nel 2020 abbiamo chiuso con un utile netto di 382 milioni” continua Giuliani. “Forse per un mestiere complesso come il nostro servono più teste e più competenze per farlo funzionare bene. Ora possiamo rispondere ancora meglio alla domanda perché 5 teste? Perché ci sono pezzi del business che devono essere seguiti con dedizione, passione e completezza”.

 

Ma Giuliani non smentisce il suo stile e guarda subito al futuro presentando le due grandi novità del gruppo: Azimut Token  e HighPost Capital (vedi articolo Azimut entra in HighPost Capital e lancia il primo Security Token ): “Oggi i clienti e i consulenti finanziari di Azimut, per primi in Italia, hanno accesso alla nuova frontiera del risparmio gestito con un’evoluzione di prodotto costante e fintech- driven” dichiara in conferenza stampa Giorgio Medda, Co-CEO e responsabile dell’Asset Management parlando di un’innovazione che è paragonabile a “quella introdotto con i primi fondi comuni di investimento negli anni ’80”.

 

La seconda novità è una joint-venture con il family office della famiglia Bezos che conferma “ulteriormente l'impegno di Azimut a crescere nel settore degli investimenti alternativi, sia in Italia che negli Stati Uniti, ed è un privilegio collaborare con importanti famiglie e family office che riconoscono in noi un partner strategico affidabile e solido dotato di un approccio e di una visione di lungo termine, anche al di fuori delle nostre tradizionali competenze dell’asset management” spiega Gabriele Blei, CEO del Gruppo Azimut.

 

Due iniziative che confermano l’efficacia della governance a 5 teste e che, soprattutto permettono a Giuliani di lanciare un nuovo j'accuse al mercato: “Non siamo critici con l’attuale valutazione del mercato siamo profondamente delusi” ha subito enfatizzato il presidente di Azimut sostenuto dal Ceo Blei. Perché delusi? “perché molto spesso i target che forniamo non sono considerati. La nostra storia dimostra che i nostri target vengono sempre raggiunti o addirittura superati” spiega Giuliani che rincara la dose sottolineando che “sono 7 anni che siamo ai vertici delle società del risparmio gestito quotate per risultati, ma alla fine la nostra valutazione non cresce”. E, dati alla mano, se guardiamo agli ultimi 5 anni i numeri mostrano la fotografia di un titolo che ha staccato circa 6 euro di dividendi tra il 2015 e il 2020, che tra il 2014 e il 2020 ha raddoppiato gli utili, che ha una capitalizzazione oggi pari a 2,74 miliardi di euro, ma che alla fine ha un prezzo che non va oltre i 20 euro: praticamente Azimut oggi quota 7-8 volte gli utili, un p/e paragonabile più alle realtà del settore acciaieria che non a quello del risparmio gestito. 

 

La domanda sul perché della situazione è inevitabile. E la risposta è, come sempre, molto diretta: “Il nostro modello di business ha visto creare una realtà italiana che ha acquisito, e ancora acquisisce, diverse società simili all’estero. Gli stessi progetti che abbiamo presentato oggi sono frutto di questa nostra natura internazionale. Forse le nostre strade non sono capite” risponde Giuliani. “Noi abbiamo fatto, e continuiamo a fare, al mercato solo promesse che siamo in grado di mantenere. E la storia lo ha dimostrato. Chi non crede a quello che diciamo dopo tanti anni di storia o non ci conosce, o non ci capisce, o non ha voglia di studiare cose nuove. E noi siamo una cosa nuova. E che si rinnova sempre. La nostra valutazione non cresce? Evidentemente non si tiene conto dei risultati”.

 

La delusione, mista a rabbia, non frena però l’entusiasmo di Giuliani e della sua squadra che alla domanda: “visto che da 7 anni i risultati non vengono considerati e visto che siete presenti ormai in diverse parti del mondo, avete mai pensato di lasciare l’Italia?”, Pietro Giuliani risponde senza esitazione: “no, abbiamo una funzione sociale e non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare alla nostra italianità. Dobbiamo continuare a guardare a quello che abbiamo fatto finora e dare la direzione all’azienda per creare valore per i nostri azionisti e i nostri clienti. Non viene riconosciuto dal mercato questo valore? Dichiaramo la nostra delusione ma non cambiamo rotta, perché siamo primi per risultati in molti ambiti”.

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