US equity, perché conviene ancora

Il 2013 è stato un anno decisamente generoso per gli investimenti azionari, sia in Europa sia negli Stati Uniti, dove l’S&P500 ha segnato nuovi massimi storici. Nei primi mesi del 2014, invece, i rendimenti migliori si sono ottenuti sui listini del Vecchio Continente, mentre Wall Street è rimasta apparentemente un po’ indietro. Fine quindi della sovraperformance per l’azionario a stelle e strisce?

E guardando ai mercati più evoluti, è arrivato forse il momento di abbandonare gli investimenti azionari negli USA per concentrarsi esclusivamente sull’Europa? La risposta a entrambe le domande - nella generalità delle situazioni - è: “meglio di no”. Vediamo in dettaglio le diverse motivazioni a sostegno di questa tesi.

 

Stati Uniti ed Eurozona rappresentano i due maggiori blocchi economici mondiali, tuttavia si trovano in una fase diversa del ciclo economico. Gli Stati Uniti, secondo il National Bureau of Economic Research, sono usciti dalla recessione nel 2009 e la loro economia, nel 2013, è cresciuta a un tasso dell'1,9% dopo il 2,8% del 2012. Nell’area euro, invece, la recessione è durata 18 mesi e si è conclusa ufficialmente a settembre dello scorso anno, con il +0,3% di crescita del secondo trimestre 2013. E le previsioni del Fondo Monetario Internazionale evidenziano che questa sfasatura a livello economico è destinata a perdurare: il Pil dell'area euro secondo le stime dei loro economisti crescerà quest’anno dell’1,2% e nel 2015 dell’1,5% mentre, per quanto riguarda gli USA, le previsioni sono di un +2,8% quest’anno e +3% il prossimo. Un passo decisamente diverso, come si rileva anche da un altro parametro quale il tasso di disoccupazione: atteso per quest’anno all’11,9% e all'11,6% nel 2015 nell’Eurozona, mentre per gli USA le previsioni indicano un 6,4% nel 2014 e 6,2% nel 2015.

 

PIL USA vs PIL Eurozona

Poi le Banche Centrali: proattiva quella statunitense, molto più cauta, compassata e al traino degli avvenimenti quella europea. Fin dall’inizio della crisi la Federal Reserve si è impegnata in politiche monetarie non convenzionali con l’obiettivo di salvare il sistema bancario, sostenere l’economia del Paese e aiutare l’occupazione. In seguito è rimasta accomodante a lungo e solo da pochi mesi ha iniziato a ridurre gli stimoli finanziari utilizzati con profusione negli ultimi anni. Segno quindi di una normalizzazione del contesto generale e di un miglioramento delle prospettive di crescita per gli Stati Uniti, con tassi di interesse più elevati che potrebbero attirare nuovi flussi di capitali. Al contrario, solo negli ultimi due anni la Banca Centrale Europea si è impegnata attivamente a sostenere i Paesi più deboli e indebitati dell’Unione e al tempo stesso alzare uno scudo di protezione per l’intera area monetaria. Ma pur sempre tra mille distinguo, perplessità e incertezze, costringendo quindi l’Istituto a una strategia più reattiva che propositiva. E solamente l’annuncio dato da Mario Draghi, presidente della Bce, a fare "tutto il necessario" per sostenere le nazioni dell’Eurozona, ha consentito di mettere un punto fermo alla crisi del progetto euro.

 

Tassi FED e BCE

Anche dal punto di vista del settore bancario il diverso passo tra le due maggiori economie mondiali appare evidente. Proprio come l'economia statunitense ha beneficiato di interventi rapidi e non convenzionali già dall’inizio della crisi finanziaria, le banche statunitensi hanno beneficiato dall’essersi forzatamente ricapitalizzate nel 2009.

 

Cinque anni dopo, sembra che gran parte dei problemi che una volta minacciavano il settore siano ora saldamente relegati al passato. L’Europa invece è ancora impegnata con l’azione di monitoraggio dell’intero sistema (Asset Quality Review prima e stress test in seguito), check-up che la Banca Centrale Europea svolgerà sui bilanci delle 128 maggiori banche europee per verificarne lo stato di salute.

 

Disoccupazione: USA vs Europa

 

Insomma, è incoraggiante vedere chiari segnali di ripresa economica sia negli USA sia in Europa, tuttavia gli Stati Uniti sembrano decisamente  “più in forma” rispetto al Vecchio Continente in un’ottica di breve termine. Uscito prima dalla recessione, il Paese nordamericano appare ora più avanti sulla strada della ripresa rispetto all’Eurozona. Fintantoché i Paesi dell’Unione monetaria continueranno a registrare una crescita economica ridotta, gli Stati Uniti sembrano ancora avere un vantaggio, sia in termini di crescita economica sia di un potenziale di investimento di lungo termine.

 

E anche dal punto di vista borsistico il divario è ben percepibile dalle varie classifiche stilate regolarmente dalle principali pubblicazioni finanziarie: delle 10 società con la maggiore capitalizzazione al mondo, ben sei sono statunitensi, con un valore complessivo superiore ai 1.000 miliardi di euro. Se allarghiamo l’orizzonte alle prime 20 società, il numero di quelle a stelle e strisce sale a 12, con una capitalizzazione complessiva di quasi 1900 miliardi di euro, vale a dire ben più del prodotto interno lordo italiano.

 

Insomma: voler investire per scelta in tutto il mondo tranne che negli USA è certamente possibile, ma di sicuro non appare una decisione razionale voler escludere dalla propria asset allocation la prima economia e la più importante Borsa valori del mondo. Che, nonostante il declino degli ultimi sette anni e la contemporanea ascesa del colosso cinese, rimane pur sempre il centro economico dell’intero pianeta.

Le 20 maggiori società USA per capitalizzazione