Mercati emergenti: impossibile farne a meno

 

Mercati emergenti

 

La persistente crisi della bilancia dei pagamenti, l’esistenza di mercati finanziari poco sviluppati e una estrema diffidenza dei creditori internazionali hanno caratterizzato gli anni ’80 e ’90 dei paesi emergenti, due decenni che sono risultati poco brillanti se confrontati con l’andamento delle economie dei paesi sviluppati. Ma dal 2000 abbiamo assistito a un’inversione e la crescita degli emerging markets è stata significativa.

A partire dal nuovo millennio, infatti, un mix di fattori, come la maggiore crescita della produttività e un andamento demografico positivo, hanno favorito lo sviluppo dei mercati emergenti che hanno attratto nuovi capitali dall’estero, sotto forma di investimenti diretti, e incrementato notevolmente il loro peso nella crescita dell’economia mondiale. Negli anni ’90 il PIL dei paesi emergenti incideva su quello mondiale per meno del 20%, nel 2012 l’incidenza sulla crescita globale è stata pari al 38% ed entro il 2018 è previsto che supererà il 44%, sorpassando così le economie del G7 (grafico 2).

 

 

A questi dati dobbiamo aggiungere l’evoluzione della politica di questi paesi che, nel corso degli ultimi due decenni, hanno visto i loro leader intraprendere un percorso che ha reso, agli occhi dei creditori, questi nazioni più affidabili. Oggi, le politiche macroeconomiche dei governi sono standardizzate e hanno portato al raggiungimento di importanti risultati in diversi paesi dell’area che, indipendentemente dall’orientamento politico, hanno ottenuto:una riduzione dei livelli di debito estero; una liberalizzazione del sistema dei cambi fissi; un incremento significativo delle riserve in valuta estera (che hanno una funzione di protezione durante le fasi di rallentamento della crescita globale); l’adozione di strategie di “inflation targeting” nell’ambito della politica monetaria; un miglioramento dello stato di diritto, del governo societario e dei principi contabili allineati ai principi contabili internazionali; la rimozione degli ostacoli agli scambi e alla libera circolazione dei capitali

In questo scenario, la crisi finanziaria internazionale si è rivelata un vero e proprio “stress test” che ha reso ancor più solida la crescita dei mercati emergenti che, proprio durante quella che è stata definita come la peggiore crisi economica globale dopo quella degli anni ’30, hanno realizzato tutta una serie di riforme che hanno permesso loro di diventare, a tutti gli effetti, il motore della crescita globale, con una crescita media del 2,8 % nel 2009, mentre le economie sviluppate (G7) hanno sperimentato una profonda contrazione del PIL, in media del -4 %.

 

 

Crescita delle economie emergenti

 

 

I mercati emergenti hanno così assunto un’importanza notevole a livello mondiale e per questo è difficile ignorare quest’area quando si costruisce un portafoglio di investimenti: secondo la Bank of International Settlement il debito domestico dei paesi emergenti è pari al 13,2% del debito domestico globale, mentre il debito estero è l’8,3% di quello estero globale; le economie emergenti oggi rappresentano quasi il 40% della produzione economica globale. Non solo. Il mercato obbligazionario emergente mostra oggi un profilo rischio-rendimento superiore rispetto alla maggior parte delle asset class investibili nel reddito fisso e offre un interessante potenziale di diversificazione dei portafogli globali.

 

 

La maggiore conoscenza dei fondamentali dei paesi emergenti e la maturità del debito pubblico estero hanno fatto salire le correlazioni tra debito pubblico estero, principali mercati azionari e reddito fisso. Allo stesso tempo, il mercato del debito emergente ha visto aumentare la gamma di opportunità. Dopo un decennio di espansione, sub-asset class, come le emissioni in valuta locale e quelle corporate, sono diventate alternative liquide e attraenti rispetto alle più tradizionali emissioni governative. Ma spesso le gestioni e l’offerta in fondi non hanno seguito queste dinamiche e continuano a dominare la scena strumenti con la metà del portafoglio investita in debito sovrano in valuta forte (dollaro o simili).

 

 

Peso delle economie emergenti

 

1.1 un po’ di Storia

I primi strumenti di debito dei mercati emergenti sono apparsi negli anni ’70, quando le banche multinazionali negli Stati Uniti e in Europa hanno emesso prestiti per i governi degli allora Least Developed Country (LDCs), per lo più in America Latina. La crescita lenta, l’aumento dei tassi di interesse globali e il calo dei prezzi delle materie prime registrato nei primi anni ’80 hanno innescato una significativa contrazione economica nei paesi in via di sviluppo che, di conseguenza, si sono trovati più isolati rispetto ai mercati finanziari internazionali e senza il livello di risparmio adeguato a rispettare gli obblighi internazionali. Questo ha spinto molti paesi emergenti ad affrontare la crisi con una strategia ben precisa: un programma concertato sulla richiesta di nuovi prestiti alle banche.

 

 

Nel 1988 era ormai chiaro che questa strategia non avrebbe avuto successo: i paesi meno sviluppati non stavano emergendo dalla crisi del debito e una nuova strategia di riduzione del debito (“debt relief”) era necessaria. Nel 1989 fu introdotto un programma di governo degli Stati Uniti, dal nome dell’ex segretario del Tesoro Nicholas Brady.

Con la partecipazione al cosiddetto Piano Brady, un paese otteneva la riduzione del debito e contemporaneamente poteva riacquistare in parte il proprio debito sul mercato secondario e rinviare il pagamento degli interessi per diversi anni, per dare il tempo alle riforme di essere recepite dall’economia e migliorare così i propri flussi di cassa e la bilancia dei pagamenti. Verso la fine degli anni ’80 molte banche avevano cancellato fino al 25% del valore nominale dei loro crediti commerciali verso i paesi in via di sviluppo.

Strumenti di debito dei mercati emergenti

Il mercato generato dal “Piano Brady” si è evoluto nel corso degli anni ’90 arrivando nel 2001 a contare 17 paesi che avevano approfittato del programma, con un valore nominale complessivo di circa 170 miliardi di dollari di obbligazioni Brady emesse. La maggior parte del debito Brady aveva interessato i paesi dell’America Latina, con Brasile, Messico, Argentina e Venezuela che rappresentavano il 74% delle consistenze totali. Nel 2000 la maggior parte dei partecipanti al Piano Brady erano riusciti a migliorare i propri bilanci e avevano riconquistato l’accesso ai mercati degli Eurobond

 

 

Dal 2002 in poi, gli stock di debito del mercato emergente sono cresciuti in modo esponenziale. Dal lato dell’offerta, il fenomeno è stato sostenuto da significativi miglioramenti nei fondamentali e dal crescente contributo alla crescita globale dei paesi emergenti. Dal lato della domanda, la ricerca generale di rendimento ha determinato allocazioni strategiche da parte di investitori stranieri. Gli investitori istituzionali locali hanno anche aumentato la loro domanda ad una più ampia gamma di opportunità di investimento nelle valute nazionali. In media, il totale degli stock del debito degli emerging markets è cresciuto di oltre il 15% l’anno a partire dal 2000. Nello stesso periodo, il tasso medio di crescita del debito estero è stato di circa il 9%, mentre il debito interno è cresciuto a un ritmo più rapido: +17% annuo.

Nuove sub-asset class, come le emissioni in valuta locale e le emissioni corporate hanno guadagnato popolarità e hanno iniziato ad attirare l’attenzione degli investitori sempre più attratti dall’universo del debito dei mercati emergenti. Un universo sempre più ampio descritto in maniera dettagliata nel secondo capitolo.