In Europa un fondo su cinque è a gestione passiva

I fondi indicizzati rappresentano oggi il 20% del mercato europeo degli investimenti, in una corsa che ha portato al raddoppio degli asset negli ultimi dieci anni
09/12/2020 | Paola Sacerdote

Nel mercato europeo degli investimenti i fondi indicizzati sono arrivati a rappresentare il 20% degli asset complessivi, nell’ambito di una corsa senza soluzione di continuità che ha portato gli investimenti passivi a raddoppiare la propria quota di mercato nell'ultimo decennio.

 

Lo riporta il Financial Times, che riprende i dati rilevati da Morningstar, secondo cui a fine ottobre, grazie a una crescita del 9,5% nei 12 mesi precedenti, (ben superiore al 2,1% della crescita degli asset dei fondi attivi), fondi passivi e Etf costituivano esattamente un quinto del patrimonio  dell’industria dei fondi di lungo termine europei (con l’esclusione quindi dei fondi monetari), una “torta” del valore complessivo di 9.400 miliardi di euro. Di conseguenza, dall'ottobre 2010 gli index tracker hanno sostanzialmente raddoppiato la loro quota di mercato nella regione.

 

Nello stesso decennio è raddoppiata anche la quota di investimenti passivi nel mercato statunitense, dove questi strumenti sono stati pionieri, passando dal 21% - l’attuale tasso di penetrazione europea – al 41,4%. Da più parti tuttavia si ritiene improbabile che l’Europa riuscirà nei prossimi anni a raggiungere gli Stati Uniti in questa traiettoria di crescita, a causa principalmente della permanenza in molti paesi del meccanismo delle retrocessioni delle commissioni di gestione ai distributori, che induce questi ultimi a promuovere la vendita dei fondi attivi, che sono più costosi, frenando l’ulteriore diffusione degli strumenti a gestione passiva. “La traiettoria probabilmente non sarà quella di un ritardo temporale di soli 10 anni” - ha spiegato al Financial Times Ali Masarwah, membro del team europeo di ricerca di Morningstar – “La crescita in Europa non è così rapida”.

 

L’analista di Morningstar ha citato il Regno Unito, dove oggi il 26% degli asset è gestito in strumenti passivi, e i Paesi Bassi, dove la percentuale è del 13,7%, come esempi di paesi nei quali le commissioni di retrocessione sono state vietate, per cui i consulenti finanziari sono ben disposti nel raccomandare strumenti a basso costo se ritengono che sia nell’interesse dei loro clienti. Ancora più lampante è il caso della Svizzera, dove gli asset passivi rappresentano oggi il 58,7% del mercato, dopo che l’alta corte nel 2012 ha stabilito che i rebates –in alcuni casi fino al 2% degli asset – spettavano all’investitore finale. Di converso, il meccanismo delle retrocessioni permane, con ripercussioni sull’industria degli strumenti indicizzati, in altri paesi europei, come Germania, dove solo l’11,1% degli asset del mercato interno è passivo, Francia (8,2%), Spagna (2%) e Italia (0,05%).

 

Va comunque evidenziato che se da un lato il sistema delle retrocessioni ostacola la diffusione degi strumenti a gestione passiva, ci sono dall’altro lato alcuni importanti driver che ne aiuteranno la crescita, due su tutti: l’evoluzione normativa (vedi ad esempio la Mifid II) e quella tecnologica (i robo advisor).

Inoltre nel 2022 è attesa la valutazione della Commissione europea riguardo al ruolo delle commissioni di incentivo, anche se il cambiamento sarà probabilmente molto lento. Secondo Masarwah tuttavia il finale è già scritto, e alla fine saranno i fondi passivi a uscire vincitori, anche se questo accadrà in un lasso di tempo di 10-20 anni, “a causa degli interessi acquisiti che ne freneranno l’espansione”.

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