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01/07/2019

Investire in infrastrutture 'verdi' per difendere il portafoglio

di Daniele Riosa

Highlights
  • Fracassi di MainStreet Partners spiega che “è possibile farlo puntando su emittenti azionari tradizionali, sia su strumenti quotati alternativi"
La News

“L’investimento in infrastrutture ‘verdi’ è uno dei migliori esempi di come allocare i propri risparmi in maniera sostenibile sia positivo non solo per l’ambiente e la società in cui viviamo, ma migliori anche il profilo di rischio/rendimento del nostro portafoglio”. Rodolfo Fracassi, amministratore delegato e co-fondatore di MainStreet Partners, si riferisce naturalmente “agli investimenti infrastrutturali quotati, ovvero quell’ampio universo di titoli più comunemente catalogati come produttori e distributori di energia, comunicazioni, trasporti e infrastrutture sociali. In questo segmento industriale troviamo le aziende che distribuiscono e trasmettono elettricità, acqua, energia proveniente da fonti rinnovabili, società di condotte, ferrovie, social housing, strutture di assistenza sanitaria e formative. In particolare, le infrastrutture “verdi” (solare, eolico, idrico) e sociali (housing sociale, cliniche, scuole) per via della loro natura volta all’utilità pubblica, hanno generalmente spiccati profili ESG in virtu’ dell’impatto ambientale e sociale che sono in grado di generare direttamente o indirettamente”. 

Ma come investire in questa tipologia di infrastrutture? Il gestore risponde che “è possibile farlo sia investendo in emittenti azionari tradizionali, sia attraverso strumenti quotati alternativi, come i fondi chiusi quotati. Il primo universo contava a fine 2018, secondo i dati di Fidante Partners, una capitalizzazione pari a circa 2.500 miliardi di USD e oltre 500 aziende diversificate globalmente e per tipologia di attività. Per quanto riguarda la seconda tipologia, esistono oltre 100 fondi infrastrutturali quotati, principalmente nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Tali prodotti investono principalmente in asset reali quali produttori e distributori di energia rinnovabile (principalmente solare ed eolico), infrastrutture sociali, trasporti puliti e social housing. In un contesto di mercato come quello attuale, la categoria dei fondi infrastrutturali quotati risulta attraente per via dalla stabilità di prezzo, il dividendo predeterminato e la decorrelazione rispetto al mercato azionario tradizionale”. 

L’esperto si sofferma sulle prospettive del settore in cui “globalmente tra il 2018 ed il 2050 oltre 11.500 miliardi di USD verranno investiti in beni e servizi per produrre e distribuire energia rinnovabile, di cui 8.400 miliardi saranno orientati all’eolico e al solare, mentre il restante sarà orientato verso altre fonti rinnovabili. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione energetica: la produzione di energia da fonti fossili dovrebbe passare dall’attuale 65% al 29% e le fonti rinnovabili (solare, idrico ed eolico) dovrebbero arrivare a valere oltre il 50% del totale. Allo stesso tempo si prevede che i costi delle fonti rinnovabili scenderanno del 70% rispetto all’attuale per il solare e del 58% per l’eolico”.

“L’Europa – conclude Fracassi - dovrebbe attrarre circa il 30% degli investimenti in energia pulita mondiale. Secondo la Commissione Europea, in Europa la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili era l’8% nel 2004. Attualmente ha raggiunto il 18% e nel 2020 dovrebbe raggiungere quota 20% come stabilito dalla strategia “20% by 2020” della Commissione stessa. Paesi quali l’Italia, Svezia, Finlandia, Danimarca hanno già raggiunto l’obiettivo del 20% mentre Germania, Francia e Portogallo sono sulla giusta traiettoria per farlo”.

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