Criptovalute, lo stop al mining può spingerle ancora al ribasso

Eliézer Ndinga di 21Shares rileva che “nell’ultima settimana, il mercato delle cripto ha subito una brusca correzione, cedendo circa il 10% del suo valore”
24/11/2021 | Daniele Riosa

Nell’ultima settimana, il mercato delle criptovalute ha subito una brusca correzione, cedendo circa il 10% del suo valore. Ne è conseguito che anche il rendimento del Bitcoin è crollato, avendo perso il 15% nello stesso arco temporale. Eliézer Ndinga, head of research team di 21Shares, pensa che “una delle ragioni alla base di questo improvviso downturn sembra essere la possibilità di una messa al bando delle attività di mining in tutta l’Unione Europea, portata avanti da alcuni politici svedesi e norvegesi, e se questa posizione dovesse essere condivisa anche da altre nazioni dell’UE, si potrebbero vedere delle spinte al ribasso di breve periodo sull’asset digitale”.

L’analista sottolinea che “al valore attuale, lo ‘Short-Term Holder Cost Basis’ indica che il valore realizzato della criptovaluta è di 53mila dollari; questo significa che qualsiasi scostamento del prezzo verso questa soglia potrebbe comportare una perdita per chi è entrato da poco nel mercato, ovvero per la maggioranza di coloro che causano le ondate di vendite. I vertici dei servizi finanziari svedesi e i legislatori per la protezione ambientale hanno chiesto il bando del sistema di mining Proof-of-Work in tutta l’Unione Europea, e il governo norvegese, nella persona del ministro Bjørn Arild Gram, ha assunto una posizione simile in merito. Tuttavia, è necessario chiarire che, attualmente, questa messa al bando è solamente una speculazione e sicuramente un provvedimento contrario alle leggi vigenti, che per diventare realtà dovrebbe essere messo in atto dalla Commissione Europea, che assieme al Parlamento Europeo e ad altre istituzioni (7 in totale), deve dare la sua approvazione".

Inoltre è “da tenere in considerazione anche il fatto che il mining consuma meno energia di quella necessaria per estrarre e produrre l’oro e il rame; inoltre, l’estrazione delle altre commodity non digitali presenta anche tutta un’altra serie di problematiche, soprattutto nei mercati emergenti, come lo sfruttamento della manodopera e l’impatto negativo sul suolo a causa dell’appropriazione e degli scavi; problemi che il Bitcoin non presenta, in quanto gestito solamente da computer. È bene specificare anche un altro fattore, ovvero che il Bitcoin non può esistere senza il mining, anche se il 90% dell’offerta massima di questa criptovaluta è già stata ‘estratta’. Possiamo affermare che il mining è il cuore pulsante del Bitcoin, ovvero ciò che gli permette di agire come un sistema di pagamento libero dalle censure, ma oltre a questo svolge altre importanti funzioni: Verifica le transazioni Regola le transazioni Garantisce la potenza di calcolo del network fornendo energia elettrica Remunera i miner attraverso l’emissione di nuova ‘liquidità’”.

“Questo ultimo punto - prosegue l’economista - serve anche da tramite tra BTC e mercato, in quanto i miner devono vendere i loro Bitcoin in cambio di valuta locale dopo aver approvato 100 blocchi o dopo che sono trascorse 16 ore. Noi di 21Shares stiamo monitorando molto attentamente l’evolversi della situazione. Secondo quanto riportato da Euronews Next, la Commissione Europea starebbe incoraggiando il settore affinché si passi dall’utilizzo della Proof-of-Work, molto dispendiosa a livello energetico, alla più sostenibile Proof-of-Stake e a modelli di consenso ibridi. Tuttavia, è improbabile che il Bitcoin riesca a passare a questo secondo meccanismo in tempi brevi, a differenza di quanto fatto da Etrhereum”.

“La crescente preoccupazione per le questioni ambientali - conclude Ndinga - ha fatto in modo che si sviluppasse un’opinione pubblica più favorevole verso quei network più ecosostenibili, basati sulla Proof-of-Stake, come Avalanche e Solana e, nonostante altri rischi connessi a queste criptovalute embrionali, questo trend sembrerebbe destinato a protrarsi nel tempo”.

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