Gestore della settimana: "Proteggiamo il portafoglio dal rischio politico"

Italia, Brexit, guerra commerciale con la Cina e le elezioni di medio termine negli USA: Fabrizio Quirighetti, cio e head of multi-asset di SYZ Asset Management, fa il punto della situazione
03/12/2018 | Massimo Morici

Ottobre ha riservato forti emozioni agli investitori, spaventati a turno dai rischi connessi alle vicende del governo italiano, alla guerra commerciale, alle elezioni di mid-term e alla Brexit. La politica, insomma, continua a pesare sul clima di fiducia globale ed è possibile che la maggiore volatilità persista nel breve termine. Fabrizio Quirighetti (nella foto), cio e head of multi-asset di SYZ Asset Management, fa il punto della situazione.

Che influenze ha la politica sullo scenario attuale?
Negli Stati Uniti, Trump accusa la Fed di mettere a rischio la crescita con l’aumento dei tassi, ma l’inasprimento è giustificato dalla crescita, sostenuta dalla politica fiscale. In Europa l’attivismo fiscale del governo italiano costringe la Bce a normalizzare la politica monetaria. Sono ingerenze politiche nella gestione monetaria che aumentano il rischio potenziale che il rallentamento dell’economia penalizzi la domanda finale. Gli attriti commerciali tra Stati Uniti e Cina si stanno ripercuotendo sulle politiche monetarie dei due paesi, che stanno prendendo direzioni diverse, viste la progressiva normalizzazione dei tassi americani e le misure di allentamento adottate da Pechino. La politica monetaria si mantiene estremamente accomodante nella maggior parte dei paesi sviluppati non anglosassoni.

Qual è la vostra view sull’Europa?
Il clima di fiducia europeo risente della perdurante incertezza politica causata dalla ribellione dell’Italia contro le norme fiscali dell’UE, dalla fine annunciata dell’era Merkel e delle imminenti elezioni europee, nelle quali i partiti populisti sperano di riportare una schiacciante vittoria. Tuttavia, questi fattori negativi non si sono ancora ripercossi sulla fiducia delle famiglie e per questo non rappresentano ancora una minaccia per la crescita economica.

Che effetti ha la decelerazione della crescita globale sulle economie emergenti?
Il quadro di crescita globale si sta facendo sempre più polarizzato tra la dinamica positiva delle economie sviluppate, sostenute dalla vivacità della domanda interna, e il deterioramento delle economie emergenti, sulle quali pesano il rallentamento degli scambi commerciali e il rafforzamento del dollaro. Il rallentamento della crescita cinese, unito alle restrizioni commerciali, sta frenando le dinamiche di crescita di tutto il sud-est asiatico. È probabile che l’impatto complessivo dei dazi statunitensi non si sia ancora fatto sentire, dato che la Cina ha anticipato in sostanziale misura le esportazioni dei beni soggetti ai dazi doganali nel corso dell’estate e per questo motivo l’attività commerciale ha segnato una temporanea accelerazione. Inoltre, l’ampio pacchetto di misure di stimolo fiscale e monetario varato da Pechino dopo la primavera dovrebbe controbilanciare l’impatto del rallentamento delle esportazioni che si profila nei prossimi mesi. Sebbene Turchia ed Argentina abbiano ormai superato la fase peggiore della crisi estiva, si trovano entrambe in una situazione ancora precaria. Dopo le elezioni brasiliane è aumentato il rischio di esecuzione delle radicali riforme necessarie per rimettere in carreggiata le prospettive fiscali del paese e garantirne la stabilità.

Come vi collocate sul mercato azionario?
Fedeli alla tesi di un’esposizione concentrata nel settore azionario, seppure nel contesto di portafogli bilanciati, nell’asset allocation generale le nostre preferenze vanno sempre ai listini statunitensi, anche se negli ultimi mesi abbiamo indirettamente ridotto il sovrappeso in quest’area aumentando l’esposizione ai mercati azionari di Eurozona e Giappone. Ad ottobre abbiamo apportato una modifica alla nostra allocazione azionaria declassando il Brasile a “lieve avversione”. Per quanto concerne l’allocazione settoriale, l’energia è stata declassata da “neutrale” a livello globale, mentre continuiamo a privilegiare settori difensivi come l'industria farmaceutica e la sanità. Negli Stati Uniti abbiamo mantenuto la preferenza per i titoli industriali e in Europa continuiamo a favorire i settori ciclici come le banche.

E sull’obbligazionario?
Nell’allocazione di attivi obbligazionari, i titoli di Stato sono stati innalzati a “lieve preferenza” sulla scia dell’aumento dei tassi reali statunitensi. Di conseguenza, anche le obbligazioni indicizzate statunitensi sono state innalzate allo stesso livello. Al momento non abbiamo una preferenza tra obbligazioni indicizzate e nominali negli Stati Uniti, ma negli altri mercati sviluppati continuiamo a preferire le obbligazioni nominali. Nelle obbligazioni societarie preferiamo il segmento investment grade rispetto a quelle high yield, mentre nel debito emergente quello denominato in valuta forte rispetto a quello in valuta locale.

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