Consulenti finanziari, un vaccino contro le disuguaglianze

Un’abbinata, quella dei professionisti del risparmio e dei loro clienti, in qualche modo - data la situazione – vincente. Entrambi possono vedere la luce in fondo al tunnel. Ecco perché...
08/05/2021 | Luciano Liccardo *

Poco più di un anno fa ci si domandava se dopo la crisi causata dal Covid-19 il mondo sarebbe stato lo stesso oppure no. Si trattava di una domanda retorica e la risposta, ovviamente negativa, era accompagnata da diverse argomentazioni, guidate da una visione invero realistica delle conseguenze che la pandemia avrebbe comportato a livello economico e finanziario nelle famiglie, in particolare per talune categorie. Tutto ciò cui stiamo assistendo in questo periodo era in un certo senso già scritto, con qualche variazione, purtroppo in peggio. Così, all’emergenza sanitaria si è affiancata quella finanziaria e successivamente quella psicologica, i cui effetti sono tuttora in corso.

 

Un anno fa avevamo dovuto prendere atto che il virus non avrebbe fatto una comparsa così breve, ma non eravamo ancora così convinti che la mascherina e il distanziamento sarebbero divenute un’abitudine, né che il nostro ritorno alla normalità sarebbe stato così dipendente dai vaccini. Tanto meno che la vaccinazione di massa sarebbe diventata quella Torre di Babele che attualmente incombe su tutti noi e a livello globale (salvo qualche eccezione come UK e Israele). Non ci era inoltre così chiaro che alcune categorie, come donne e giovani, si sarebbero mostrate così fragili, non tanto dal punto di vista sanitario bensì da quello economico.

 

Abbiamo tuttavia assistito ad una reazione generalizzata del sistema volta alla sopravvivenza e tutti stiamo in qualche modo adattandoci, anche innovando, dove possibile, o accentuando alcune tendenze che all’inizio del 2020 erano solo latenti, come lo smart working ci sta insegnando. Stiamo affrontando un cambiamento, o forse un vero e proprio cambio di paradigma.

 

Considerazioni sociologiche, si dirà, che sembrano avulse dal terreno tipico in cui si deve muovere un consulente finanziario. Sembrano ma non lo sono, in quanto anche la figura del consulente finanziario, e in generale quelle ad essa in qualche modo collegate, sta attraversando questo cambiamento epocale.

Non moltissimi anni fa (rispetto ad altre categorie professionali) i pionieri della consulenza finanziaria in Italia venivano chiamati – e considerati – venditori di fondi, quando si sapeva veramente poco di che cosa fosse un fondo comune d’investimento. Oggi, un buon consulente finanziario non solo è in grado di tracciare una corretta pianificazione delle risorse necessarie a realizzare gli obiettivi di vita dei propri clienti e non solo riesce ad adattarsi ad eventuali, anche repentini, mutamenti degli stessi ma sa anche gestire e coordinare relazioni sinergiche con altri professionisti nell’interesse superiore dei clienti stessi. 

 

Che cosa ha a che fare tutto ciò con la pandemia? Sempre un anno fa, si poteva immaginare che sarebbe stata necessaria una ristrutturazione generalizzata dei portafogli per far fronte a forti contrazioni, se non addirittura interruzioni, dei flussi di reddito. Uno scenario limite, considerato che attività finanziarie e immobiliari delle famiglie italiane ci vedono comunque ai primi posti, nei valori pro capite, a livello mondiale. Si poteva pensare che anche i clienti dei consulenti finanziari sarebbero stati colpiti duramente.

 

In realtà, le cose non sono andate così in modo così netto. Nei mercati finanziari dopo un primo forte storno generalizzato sono rimasti penalizzati pochi settori davvero in crisi mentre gli altri si sono ripresi velocemente e altri ancora hanno corso in modo fors’anche smisurato. I portafogli di quel 25% di famiglie circa, assistite dai consulenti finanziari, grazie alla preparazione di questi ultimi e alla loro capacità di diversificare, al momento sembra abbiano attraversato quasi indenni la tempesta (la cautela è sempre d’obbligo quando gli indici dei mercati inanellano record) e la categoria professionale ha potuto continuare a prestare la propria opera di assistenza, anche psicologica, alla clientela. Ciò è stato possibile, potendo contare su un uso intensivo della tecnologia da remoto e su di un costante e continuo aggiornamento.

 

Un’abbinata, quindi, quella dei professionisti del risparmio e dei loro clienti, in qualche modo - data la situazione – vincente. Entrambi possono vedere la luce in fondo al tunnel.

 

La pandemia da coronavirus, nonostante i ritardi nella somministrazione dei vaccini, prima o poi si trasformerà – da quanto si capisce - in una o più varianti di malattia endemica, ma gli effetti negativi sull’economia italiana, secondo le stime delle istituzioni più autorevoli, si faranno sentire a lungo termine, in particolare sulle categorie svantaggiate, quelle che stanno per raggiungere velocemente la soglia della povertà.

 

E l’effetto più nefasto va nella direzione esattamente contraria a quello che rappresenta uno dei 17 obiettivi sostenibili stabiliti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: quello che punta alla riduzione delle disuguaglianze.

 

Il raggiungimento di tale obiettivo non può essere delegato agli Stati e alle Istituzioni, ma deve essere perseguito anche a livello individuale e privato. Chi si trova dalla parte della ripresa cosiddetta a “K”, della linea cioè che punta verso l’alto, può fare qualcosa, da subito, per aiutare queste persone?

 

Se è in atto un cambio di paradigma anche per i professionisti del risparmio e se la relazione con i loro clienti ha funzionato in modo vincente nel modo sopra descritto, in presenza di una crisi così diseguale sarebbe bello che emergesse anche una dimensione sociale di questa abbinata.

L’anno scorso fu lanciata l’idea di “Una mano per ripartire”, cioè la messa a disposizione – da parte dei professionisti del risparmio – di una parte marginale del proprio tempo per fornire un aiuto alle persone in difficoltà a causa del coronavirus.

 

Ora è forse giunto il momento di coinvolgere anche la parte di popolazione più fortunata e più a contatto con questa categoria professionale, spingendola ad aiutare concretamente – attraverso atti di liberalità, e ovviamente garantendo il buon fine di quanto messo a disposizione – la parte meno fortunata.

 

L’intera industria del risparmio gestito, ma non solo, potrebbe concorrere a governare un flusso che non sarebbe sicuramente secondario e di cui potrebbe essere garante. Chiamiamola filantropia, come viene definita la devoluzione di ingenti disponibilità da parte dei più ricchi e generosi miliardari di tutto il mondo, o più semplicemente solidarietà, si tratterebbe comunque di dare concretezza a quel termine - “sostenibilità” - che tanto imperversa nei media e nella comunicazione a tutti i livelli.

 

Non è un’idea facile da realizzare, ma pensiamoci. Potrebbe contribuire a risolvere fragilità e problemi di sopravvivenza di tanti nostri simili. Forse anche un Fondo, promosso dal sistema che proprio sui Fondi ha basato il proprio successo, potrebbe bastare.

                                                            

*Luciano Liccardo Consulente finanziario con oltre 30 anni di esperienza, ha lavorato come Financial Advisor, Manager e Trainer per alcune delle principali società di distribuzione di servizi finanziari. Per conto di ANASF è stato coautore di alcune delle prime iniziative di educazione finanziaria. Membro del Consiglio di Amministrazione di Efpa Italia dalla costituzione nel 2002, è stato Segretario Generale dal 2009 al giugno 2019. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo economico, con un Master in Sviluppo Economico.

 

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