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14/04/2021

Private equity e venture capital resilienti al Covid

di Daniele Riosa

Highlights
  • Nel 2020 raccolta di poco più di due miliardi, in aumento del 32% rispetto al 2019. I risultati dell’analisi condotta da AIFI
La News

Nemmeno il Covid-19 ha fermato il mercato del private equity e del venture capital nel 2020 nonostante un primo semestre impattato fortemente dall'esplosione della pandemia. E’ quanto emerge dai risultati dell’analisi condotta da AIFI (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt), in collaborazione con PwC - Deals sul mercato italiano del capitale di rischio presentata il 14 aprile.

Nel 2020 la raccolta sul mercato del private equity e venture capital è stata pari a 2.072 milioni di euro, in crescita (+32%) rispetto ai 1.566 milioni dell’anno precedente. Gli operatori che nel 2020 hanno svolto attività di fundraising sul mercato sono stati 26. Con riferimento alla provenienza geografica dei fondi, la componente domestica ha rappresentato il 90%, mentre il peso di quella estera è stato del 10%. A livello di fonti, il 28% della raccolta deriva da investitori individuali e family office, grazie anche al closing di alcuni fondi retail, seguiti dalle assicurazioni (27%), protagoniste in particolare nella raccolta di un fondo di dimensioni significative, dai fondi di fondi istituzionali (16%) e dai fondi pensione e casse di previdenza (12%).

Nel 2020, l’ammontare investito dagli operatori di private equity e venture capital è stato pari a 6.597 milioni di euro. Rispetto all’anno precedente (7.223 milioni di euro), si è osservata una diminuzione del 9% dell’ammontare investito. Escludendo dalle analisi le infrastrutture, il dato del 2020 (5.275 milioni di euro) risulta in calo del 21% (6.713 milioni). Complessivamente nel corso dell’anno sono state realizzate di 2 operazioni1 con equity versato compreso tra 150 e 300 milioni di Euro (large deal) e 6 operazioni di ammontare superiore ai 300 milioni (mega deal), che hanno rappresentato il 53% dell’ammontare complessivo investito nell’anno (3.463 milioni di Euro). Nel 2019 erano stati realizzati 10 large deal e 2 mega deal, per un ammontare pari a 3.375 milioni di Euro (47% del totale).

Il numero di operazioni è cresciuto del 27% attestandosi a 471, rispetto alle 370 dell’anno precedente, trainato dall’attività di venture capital, che ha visto l’avvio dell’operatività di un soggetto di matrice istituzionale, focalizzato sugli investimenti in imprese nelle prime fasi di vita. Di conseguenza, il 2020 è stato caratterizzato da una crescita significativa dell’early stage (seed, start up e later stage), sia per numero di investimenti (306, pari al 65% del numero totale, +82% rispetto all’anno precedente), sia per ammontare (378 milioni, +40%). Il buy out, invece, con 4.370 milioni di Euro investiti, come di consueto ha rappresentato il segmento principale in termini di ammontare (66% del totale, -14% rispetto al 2019), distribuito su 94 operazioni (-24%).

Da sottolineare la crescita del comparto delle infrastrutture, al secondo posto per ammontare investito con 1.322 milioni di Euro (+159% rispetto all’anno precedente) e 20 operazioni (+54%). In calo, invece, le operazioni di expansion, che sono state 40 (-17%), per un ammontare pari a 354 milioni (-61%). Infine, il segmento del turnaround, dedicato alle imprese in difficoltà, ha mantenuto un ruolo di nicchia, con solamente 9 operazioni e 172 milioni di euro investiti.

Innocenzo Cipolletta, presidente AIFI ha così commentato i numeri: “Nell’anno della pandemia il mercato del private capital italiano ha tenuto; la raccolta è cresciuta anche grazie al maggiore apporto dei privati. Cresce il comparto delle infrastrutture, grande obiettivo per il rilancio del Paese; da rilevare che nel 2020 oltre il 50% degli investimenti hanno riguardato imprese che per la prima volta si sono aperte a un private equity. Il rovescio della medaglia è però un crollo dell’expansion, attività che più servirebbe in questo momento per il supporto alla tenuta delle imprese. Occorre infine investire sui fondi di turnaround che potrebbero permettere a molte aziende di non chiudere ma, anzi, di ripartire con una nuova governance e nuovi obiettivi ritornando sul mercato più forti e strutturate”.

Francesco Giordano, partner di PwC Italia – Deals, sottolinea che “dopo un primo semestre particolarmente impattato dalla pandemia si è vista una forte ripresa nel secondo semestre 2020 con investimenti in linea con lo stesso periodo dell’anno precedente. Il trend è molto positivo, segno che, dopo un primo periodo di adattamento, gli operatori di Private Equity hanno ripreso la loro attività a pieno ritmo”.

A livello settoriale, il 2020 ha visto al primo posto per numero di investimenti il comparto ICT, con il 33% delle operazioni totali, seguito dal medicale, 13%, e dai beni e servizi industriali, 11%. Il 38% del numero di operazioni ha riguardato imprese ad alto contenuto tecnologico: considerando solamente il comparto dell’early stage, tale valore sale al 53%.

A livello geografico la regione che ha totalizzato la gran parte delle operazioni è la Lombardia con il 37% del numero degli investimenti in Italia, seguita da Campania (9%) e Lazio (8%). Considerando solamente gli investimenti di early stage in Italia, si osserva che il Nord ha attratto il 55% del numero di investimenti, seguito dalle regioni del Sud e Isole (30%) e dal Centro (15%); nell’attività di private equity (escluse le infrastrutture), invece, il peso del Nord in termini di numero di operazioni è stato pari al 69%, seguito dal Centro (21%) e dalle regioni del Sud e Isole (10%). Si sottolinea che il 53% del numero di investimenti ha riguardato imprese che non avevano mai ricevuto capitali dal private equity: dividendo tra early stage e private equity (escluse le infrastrutture) i dati risultano rispettivamente del 50% e 59%.

Nel 2020 l’ammontare disinvestito al costo di acquisto delle partecipazioni è stato pari a 1.594 milioni di euro, in diminuzione del 28% rispetto ai 2.216 milioni dell’anno precedente. Il numero di exit è stato pari a 81, in calo del 39% rispetto al 2019, quando si era attestato a 132. Il canale maggiormente utilizzato per i disinvestimenti, se guardiamo all’ammontare, è stato la vendita ad un altro operatore di private equity (876 milioni di euro), con un peso del 55% sul totale disinvestito, mentre considerando il numero di operazioni, la vendita a soggetti industriali ha rappresentato il canale di exit principale (43% pari a 35 exit).

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